Tutto è googlizzato

Tutto è googlizzato

Un libro spiega perché dovremmo essere preoccupati dal successo dei grandi servizi web.

12 aprile 2011

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Mentre in Italia si discute di nuovi media per la puntata di Report di domenica, capace di alimentare qualche dubbio per la sua analisi delle strategie commerciali di Facebook e Google, negli Stati Uniti la riflessione sull’argomento procede grazie a un saggio dal nome esaustivo: The Googlization of Everything.

 

L’autore è Siva Vaidhyanathan, professore di Media Studies and Law all’Università della Virginia, non nuovo a titoli scaltri. In passato ha pubblicato Copyrights and Copywrongs (2003), su diritti intellettuali e creatività, e The Anarchist in the Library (2004), sulla cultura ai tempi di Internet. Nel suo ultimo libro riflette sull’eccessivo potere del più celebre motore di ricerca. E sul perché dovremmo preoccuparcene.

 

Lo studio parte da un presupposto scontato. Google è diventato pervasivo, e accompagna gli utenti web nella maggior parte delle loro fruizioni, dalle mail al reperimento di ogni genere di informazione. Il gruppo di Mountain View è sempre più rilevante nella nostra dieta mediale, e il rischio dell’eccessiva googlizzazione è quello di affidare informazioni strategiche a servizi che, pur essendo in larga parte gratuiti, sono mossi da fini commerciali come ogni altra azienda privata. Anche Google, insomma, lo fa per soldi. E lo stesso tutti i grandi servizi del web.

 

È a questo punto che si innesta la riflessione di Vaidhyanathan. Chi garantisce la correttezza dei risultati delle ricerche? E del loro ordine di rilevanza? La concorrenza di social network e smart phone sta spingendo Google in nuove direzioni, nel tentativo di recuperare l’attenzione dei consumatori – e i loro dati sensibili. Per essere più attuale, nelle indicizzazioni Google può ad esempio privilegiare le informazioni più recenti rispetto alle altre. Tutto a sfavore della correttezza.

 

La questione che emerge è dunque la responsabilità dei motori di ricerca nei confronti del loro operato. Google non si ritiene responsabile dei contenuti a cui rimanda, mentre in altri casi ha un enorme potere nel mappare interi settori di conoscenza – a partire dalle vere e proprie mappe geografiche. Vaidhyanathan non mette in discussione l’innovatività dei servizi, né i loro benefici, quanto i pericoli di una posizione troppo dominante. Non è un’accusa ma una preoccupazione: cosa succederebbe se in futuro i motori di ricerca scegliessero i risultati anche secondo criteri commerciali?

 

A fine marzo proprio Microsoft, il vecchio monopolista, ha accusato Google alla Commissione Europea per abuso di posizione dominante. Mentre il dibattito in corso da anni su privacy e nuovi media non si attenua (neppure in Italia),  The Googlization of Everything insegna che pensare ai grandi servizi del web come ad agenti neutrali è un errore. Ma in quanti lo pensavano ancora?

 

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