Reputazione a terra

Reputazione a terra

La campagna della British Petroleum per risollevare la propria immagine non ha sortito gli effetti sperati.

15 aprile 2011

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È passato quasi un anno dal disastro nel Golfo del Messico. Era il 20 aprile 2010 infatti quando la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, in seguito a un incidente, ha iniziato a riversare in mare milioni di barili di petrolio al largo della costa della Louisiana. È stato il disastro ambientale più grave della storia americana.

 

La British Petroleum, che aveva affittato la piattaforma da un’azienda svizzera, ha proprio in questi giorni comprato delle pagine pubblicitarie nella stampa inglese per fare alcune dichiarazioni. La multinazionale ha detto che le perdite di petrolio si sono fermate definitivamente da quando ha riparato la falla nel 15 luglio successivo all’incidente, e afferma di aver speso ben 13 miliardi di dollari per l’opera di pulizia. Inoltre, dice ancora, ha destinato 500 milioni di dollari a un fondo scientifico per studiare l’impatto della fuoriuscita, e 280 milioni in progetti per il salvataggio della fauna e il ripristino dell’habitat naturale.

 

Tutto questo lavoro di pubbliche relazioni non è però servito a calmare le critiche. Molte associazioni, come Art Not Oil, Climate Camp London, Climate Rush e London Rising Tide, hanno continuato a criticare aspramente l’operato della BP.

 

Antonia Juhasz, per esempio, autrice di Black tide, uno dei primi libri che ha analizzato il disastro ecologico, accusa apertamente la multinazionale di mentire riguardo a quanto fosse impreparata nell’affrontare una tale fuoriuscita di petrolio.

 

“Nessuno sa quanto greggio sia ancora laggiù”, dice Juhasz. “Ciò che è chiaro è che la gente sta ancora soffrendo per il fatto che il Golfo non è pulito”.

 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, dice, è stata quando la BP ha annunciato che si sta per trasferire in Canada per sfruttare il più sporco di tutti i combustibili: quello che si estrae dalle sabbie bituminose. “È davvero scioccante quanto la British Petroleum si sia ripresa bene”, conclude Juhasz.

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