All’estero per produrre. Ma anche per vendere

All’estero per produrre. Ma anche per vendere

Bruno Di Stasio, presidente di Seven e Invicta racconta a ITALICnews quanta fame serve per uscire dalla crisi.

6 maggio 2011

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Produce borse dal 1973, nel 2006 ha conquistato il suo maggiore concorrente e ora ha intenzione di superare la crisi.

 

Bruno Di Stasio è presidente e amministratore delegato di Seven-Invicta. A 21 anni ha fondato insieme ai fratelli la Euroborse, rinominata Seven quando iniziarono con gli zaini. Quarant’anni dopo, Seven acquisisce uno dei marchi del settore, creando con Invicta un gruppo unico con sede a Leinì, provincia di Torino.

 

Per testimoniare questa storia, e dare la sua ricetta contro la crisi, Di Stasio ha partecipato mercoledì 4 maggio al primo degli incontri “L’imprenditore si racconta” organizzati al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Nell’intervista a Italicnews, Di Stasio – che è anche presidente di Piccolaindustria – è partito dal suo intervento.

 

“Ho parlato di come inserire manager nuovi nelle aziende familiari. Le aziende oggi devono capire come entrare in un nuovo contesto competitivo. Per il nuovo piano industriale, noi ci siamo serviti di una consulenza esterna, che ci desse le competenze che non avevamo all’interno. Non si può sempre usare l’intuito”.

 

Cosa vi hanno fatto capire?

“Ad esempio, che negli uffici della sede a Leinì avevamo 60 metri quadri per impiegato, mentre la media in Italia è meno di venti. Eravamo sovradimensionati, e abbiamo ripensato agli spazi”.

 

Ma la crisi è finita o no?

“La crisi di mercato sarà ancora lunga e selettiva. Tranne in Spagna, tutti i mercati europei sono in difficoltà. E nonostante quel che dicono, ci sarà un’altra stretta creditizia”.

 

Cos’è cambiato per le imprese italiane?

“C’è molta più competizione internazionale, e anche il Made in Italy e la tradizione valgono meno. Prima il background dell’azienda contava molto. Oggi, più che raccontare il proprio passato, le aziende devono essere aiutate a raccontare il proprio futuro. Almeno quello dei prossimi 2-3 anni, altrimenti è difficile ricevere supporto per gli investimenti”.

 

Voi cosa farete?

“Con il nuovo piano abbiamo previsto di essere più presenti nei mercati in ripresa o emergenti: Stati Uniti, Cina, Brasile, Russia. Per forza di cose dovremo essere aggressivi e abbassare i prezzi, perché i nostri prodotti sono di livello troppo alto per alcuni mercati”.

 

A proposito di estero, voi siete già in vari paesi.

“Sì, abbiamo una filiale in Spagna e una a Hong Kong per gestire le materie prime e le vendite internazionali, più uno stabilimento produttivo in Romania”.

 

Andare all’estero è una necessità?

“In Romania abbiamo ridotto del 65% i costi di produzione e così abbiamo mantenuto i nostri trecento impiegati in Italia. Stare all’estero è una necessità. Seven è molto legata alle stagioni, basta pensare ai prodotti per la scuola. Per fare fronte ai picchi di produzione è obbligatorio fare ricorso a bacini di lavoro esteri”.

 

Business e responsabilità riescono a convivere?

“La crisi ha creato molti attriti. Per competere è necessario snellirsi, ma questo crea tensioni nei rapporti, sia con i lavoratori, sia con il sistema finanziario. Ora stiamo cercando di ricucire, perché il muro contro muro non serve. Anche da parte dei sindacati c’è più collaborazione”.

 

Lo abbiamo già chiesto a Giancarlo Ponzo, ad del centro congressi: ci dà una definizione di imprenditore?

“L’imprenditore deve avere voglia di rischiare, ma anche tanta fame. Molti non hanno l’atteggiamento giusto. La generazione che ha ereditato le imprese aperte dai padri negli anni Sessanta ha vissuto sulle spalle di una storia e ora è in difficoltà in questa nuova competizione. Io il lavoro l’ho conosciuto a 8-9 anni nella boita, l’officina, di mio padre. Ci va voglia di fare e fame di conquista”.

 

 

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