La fine è vicina

La fine è vicina

Giornali a rischio d'estinzione. L'editoria tra predizioni negative e responsabilità.

11 maggio 2011

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Usa 2017. Non è un grande evento o una manifestazione sportiva, e neppure un appuntamento elettorale, ma l’anno in cui gli Stati Uniti vedranno finire l’epoca dei giornali così come li conosciamo. Almeno secondo le previsioni di Ross Dawson, consulente d’impresa e futurologo di professione.

All’Italia rimane invece più tempo e lo stesso dovrebbe accadere solamente dieci anni dopo, nel 2027.

 

A dire il vero, dell’estinzione dei giornali parlano in molti da tempo, ognuno con le sue stime a riguardo. Quelle di Ross Dawson, presidente della Future Exploration Network, non sono tra le più recenti ma consentono ancora di fare il punto su un mondo a cui ITALIC – non potrebbe essere altrimenti – è appassionato.

Dawson anticipava di molto le scadenze già formulate, fissando a tra sei anni il momento in cui i lettori da Boston a Seattle dovranno abituarsi al monopolio del web e del digitale. Nel 2017, spiega la sua teoria, i giornali saranno divenuti irrilevanti. Starà poi allo sviluppo tecnologico e alle esigenze del pubblico decidere in che modo e su quali schermi la fruizione di contenuti informativi andrà avanti. Perché quello su cui tutti concordano è che la morte dei giornali non segnerà di certo la fine del giornalismo.

 

A bruciare le tappe rispetto alle tesi riconosciute di Philiph Meyer, che nei suoi studi sull’editoria americana aveva previsto per il 2043 l’ultima copia cartacea del New York Times, sono tendenze globali e nazionali. Oltre a uno scenario dei media radicalmente mutato, responsabili della crisi dell’editoria sono costi di produzione, trend di investimento, modelli commerciali. Ma anche fattori demografici, economici e politici variabili di luogo in luogo. Incrociando i dati, Meyer aveva ricavato una mappa con le diverse scadenze nel mondo: si va dal 2017 degli Usa (seguita dalla Gran Bretagna in due anni) al 2040 o più di Africa, India, Sud-est asiatico e Sud e Centro America. In mezzo, l’Europa, che si prepara al distacco tra il 2020 e il 2030.

 

Gli editori affezionati al profumo di inchiostro sono insomma avvertiti. Quel che Meyer indicava nei diversi paesi non era tuttavia la fine dei giornali, ma della loro rilevanza. Certo, la stampa infatti difficilmente si estinguerà, esattamente come la radio non è scomparsa dopo la televisione e la tv dopo il web. Semplicemente, cambierà il suo ruolo.

Dawson l’ha immaginato come insignificante, agli editori smentirlo.

 

Dei loro scenari in Italia, anche il primo numero di ITALIC aveva parlato con un’indagine di Enrico Pedemonte, giornalista e corrispondente per l’Espresso. I dati di vendita di giornali e periodici confermano il trend negativo, ma incolpare Internet è troppo facile. E anche riduttivo: la colpa è in realtà della perdita di centralità dei giornali nel discorso collettivo.

Secondo Pedemonte, per l’editoria trovare nuovi modelli di business è l’unica possibilità per uscire dalla crisi. Al di là di quale sia l’anno esatto in cui dovremo scordarci di sfogliare un giornale.

 

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