Città fantasma

Città fantasma

In Giappone, i piccoli paesi della costa sono in difficoltà. C'è poco lavoro e alcuni, soprattutto i giovani, iniziano ad abbandonare le città distrutte

17 maggio 2011

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Sono passati due mesi dallo tsunami che ha colpito il Giappone. Molte città sono state distrutte, e le macerie sono ancora lì. Come ad Otsuchi, dove ora si teme che la ricostruzione non avvenga mai.

 

E non per scarsa volontà politica o per mancanza di fondi, ma perché molti degli abitanti del paese potrebbero semplicemente scegliere di andare a vivere altrove. In un posto più sicuro, lontano da ricordi dolorosi o dove, perlomeno, ci sia da lavorare.

 

Perché in questo piccolo porto di pescatori anche gran parte delle attività commerciali sono state spazzate via dall’ondata di marzo. Barche, pescherecci, negozi che oggi non esistono più. Non c’è lavoro a Otsuchi. E molti abitanti se sono già andati, altri potrebbero seguirli presto, in particolari quelli più giovani, lasciando la popolazione più vecchia ad aspettare la rinascita della città.

 

A fine aprile il governo cittadino aveva annunciato l’intenzione di assumere 270 persone per rimuovere la macerie e avviare la ricostruzione. Troppo poco probabilmente, in una città in cui sui quindicimila residenti di prima dello tsunami, 2200 dormono ancora nella palestra della scuola, più di mille sono ancora dispersi e 680 sono stati trovati morti.

 

“Siamo ancora molto lontani dalla ricostruzione – ha ammesso il vicesindaco Masaaki Tobai – I servizi medici e di sicurezza, l’amministrazione, le scuole, la pesca, gli alberghi e i negozi, tutto questo è stato spazzato via“.

 

Un dato spiega la difficoltà a far ripartire il lavoro meglio di tanti altri: lo scorso mese la camera di commercio di Otsuchi ha censito i commericianti della città. Solo 114 di loro hanno già ripreso la loro attività, poco più di un quarto del totale. Altri 300 stanno ancora aspettando di poter riaprire negozi ed imprese.

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