Scuola di Violenza. E di scrittura.

Scuola di Violenza. E di scrittura.

Simona Vinci in un'intervista sul suo nuovo romanzo. Giovedì è a Roma per "Lavori in corso".

17 maggio 2011

0

Scuola di Violenza è il titolo scelto da Simona Vinci per il suo nuovo romanzo, oggi in fase di scrittura. La scrittrice, bolognese di adozione, ha esordito nel 1997 con il successo Dei bambini non si sa niente (Einaudi, premio Elsa Morante), seguito negli anni da altre dieci tra storie d’amore, viaggio e formazione.

 

Delle due a cui sta lavorando ora, entrambe a metà dell’opera, Simona Vinci ha anticipato a Italicnews i contenuti della più difficile, per cui ha già scelto il nome provvisorio. “È una storia che combina generi diversi: fiaba, manga, horror e romanzo d’avventura”, racconta l’autrice. “I protagonisti sono alcuni ragazzini appena entrati nella pubertà, addestrati in una scuola di guerra da cui dovrebbero uscire come dei terroristi perfetti”.

 

Con i lettori ne discuterà giovedì 19 maggio al Centro Culturale Libreria Bibli a Roma (via dei Fienaroli 28, ore 21), per uno degli incontri di Lavori in corso: Cinque scrittori e il loro prossimo libro. Alla terza edizione dell’iniziativa hanno già partecipato gli scrittori Antonio Pennacchi (premio Strega 2010), Tommaso Pincio e Filippo Bologna.

Simona Vinci sarà la prossima. “Tra i due progetti in cantiere ho scelto di parlare di Scuola di Violenza – spiega – perché ha più intoppi, e ho pensato che leggerne qualche pagina in pubblico potrebbe aiutarmi a metterla a fuoco”.

 

 

Parlando di difficoltà, qual è in effetti la parte più complicata da scrivere in un romanzo?

 

“Più che una parte difficile c’è un ‘momento’ difficile, che arriva sempre a metà del lavoro, quando stai per imboccare la discesa finale e sai che ci vorranno costanza, disciplina e fiducia. È come stare su un crinale e chiedersi: mi butto o se mi butto poi mi schianto?”

 

Capita anche dopo dieci libri?


“A me succede sempre. Ti guardi indietro e ti dici chi me lo fa fare? Magari tutto quel che ho scritto finora fa schifo. Per fortuna la paura poi passa. Ci vuole pazienza, e una cosa che somiglia alla fede”.

 

Negli incontri di “Lavori in corso” si parla anche di metodo e la scenografia ricreerà il suo tavolo da lavoro. Lei ha un luogo abituale dove scrive? Dei riti?


“Viaggiando parecchio, un posto abituale non ce l’ho. Come diceva quella vecchia canzone [Wherever I Lay My Hat di Marvin Gaye], ‘dovunque io appenda il mio cappello, lì è casa’. Però, preferisco scrivere da sola e nel silenzio. Non riuscirei mai a farlo al tavolino di un bar, come molti scrittori che conosco”.

 

Cosa sceglie allora?


“Una stanza, un angolo appartato, una finestra per alzare lo sguardo ogni tanto e riposarlo. Non ho nessun rito. Scrivo e basta. A un certo punto del lavoro mi serve però una parete per appiccicare i post-it che mi aiutano a seguire la mappa della storia in via di definizione”.

 

Come si capisce che un’idea è quella giusta?


“Non saprei, forse è questione di persistenza. Se un’immagine o un personaggio continuano a affacciarsi alla mente e nei sogni, vuol dire che potrebbero diventare un racconto. A volte certe idee rimangono inattive per anni. Sono come semi in apparenza pigri, che svolgono il loro lavoro nel buio e non riesci a vedere finché non spunta il primo germoglio”.

 

Nell’incontro di giovedì, musica e video si affiancano alla lettura. La sola narrativa è ancora uno strumento adeguato?


“Lo sarà per sempre, almeno finché esisteranno gli esseri umani. Se l’elettricità terminasse e rimanessimo senza dispositivi, i libri rimarrebbero. E anche senza i libri, avremmo le storie raccontate a voce, a memoria, quelle che dall’inizio dei tempi passano di bocca in bocca. Vale per ogni tipo di arte: tutto ciò che può essere compiuto dal corpo umano resta, resiste”.

 

In Italia si parla spesso di generazioni di scrittori. Quanto la influenzano i suoi colleghi?


“Il termine colleghi mi piace poco. Io non distinguo tra scrittori vivi e morti, dunque considero ‘colleghi’ anche scrittrici e scrittori che hanno vissuto e scritto in tempi molto lontani dai miei. Mi influenza chi, con le sue pagine, mi parla, chi mi racconta storie che colpiscono la mia immaginazione o ampliano la mia comprensione del mondo”.

 

Ci dà dei nomi?


“Gli scrittori italiani contemporanei che sento vicini sono molti e preferisco non nominarne solo una parte. Gli autori del passato che continuo a rileggere sono Elsa Morante, Giovanni Arpino e Silvio D’Arzo. Amo molto anche la poesia, anche se la pratico solo di rado e in segreto. Ora ad esempio sto leggendo tutto Giorgio Caproni”.

 

Torniamo al suo Scuola di Violenza. Abbiamo lasciato i protagonisti in una misteriosa scuola di guerra.


“Sì, fanno parte della stessa squadra e per un lungo periodo dovranno condividere tutto: cibo, sonno, stanchezza, il dolore e i rari momenti di felicità, fino a diventare un organismo unico. Non sanno che nel momento preciso in cui questa armonia perfetta si creerà, il passo successivo sarà distruggerla perché soltanto uno di loro supererà l’addestramento e potrà diplomarsi”.

 

Edoardo Bergamin

Privacy Autorizzo al trattamento dei dati personali ai sensi dell'art.13 del D.Lgs. 196/2003.
I dati saranno utilizzati per dare corso alla richiesta di abbonamento e non saranno ceduti a terzi. Leggi le note legali

* I campi contrassegnati da asterisco sono obbligatori

NOTA Per evitare messaggi inopportuni e spam, il commento non sarà immediatamente visualizzato.
La redazione provvederà a pubblicare i commenti al più presto, mentre i messaggi diffamatori, offensivi, razzisti e sessisti saranno eliminati.