Città al voto. “Una campagna devastante”

Città al voto. “Una campagna devastante”

Il confronto sui programmi è andato a farsi benedire. Al suo posto gli insulti e un esercito di fantasmi: imam, drogati, gay e zingari.

27 maggio 2011

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Come ha scritto Matteo Bordone nel suo blog, in questa campagna elettorale a Milano “si parla di zingari, negri, zecche: mancano solo gli ebrei.” Il confronto politico, quello sui programmi e sui problemi della gente, è andato a farsi benedire. Al suo posto sono spuntati una serie di fantasmi, di figure aliene: dal drogato al terrorista, dal gay all’imam. Come mai? Lo abbiamo chiesto a Chiara Volpato, ordinario di Psicologia sociale all’Università di Milano-Bicocca, che nei suoi studi indaga certe alterazioni del dibattito pubblico e l’accostamento tra l’avversario politico e gruppi connotati negativamente dalla società ufficiale.

 

Islamici, zingari, “zecche”, drogati. In questa campagna elettorale se ne è parlato molto. Ha notato anche Lei?

“Questa campagna elettorale si è contraddistinta per i toni aspri e per il ricorso a strategie sistematiche di delegittimazione dell’avversario. Il gruppo ‘nemico’ è stato definito attraverso l’attribuzione di tratti negativi, solitamente riservati a gruppi devianti, e l’uso di etichette politiche, che hanno segnalato la contiguità con gruppi considerati estranei alla società civile. La strategia di delegittimazione più frequentemente invocata è stata l’accostamento a un gruppo già delegittimato. Pensiamo ai continui paragoni che accomunano i sostenitori di Pisapia a islamici, zingari, gay, vale a dire ai gruppi oggetto dei pregiudizi e delle discriminazioni più pesanti all’interno della società italiana”.

 

Non è la prima volta che accade …

“Esatto, non si tratta di strategie nuove. Ma la loro comparsa deve farci riflettere perché, nel passato, l’impiego di strategie simili ha connotato i momenti più intensi del conflitto politico e sociale. Molti studi hanno documentato la presenza di tali strategie nel discorso politico del Novecento, in particolare nella retorica impiegata dai regimi totalitari. Con il mio gruppo di ricerca, all’Università Bicocca di Milano, abbiamo ad esempio effettuato alcuni studi sulle strategie di delegittimazione impiegate dal fascismo per escludere gli ebrei dalla società italiana e per designare come inferiori gli abitanti delle colonie e, soprattutto, i cosiddetti ‘meticci’. In un lavoro pubblicato nel dicembre 2010, abbiamo mostrato come le strategie impiegate dal regime fascista per delegittimare ebrei e africani siano le stesse oggi impiegate dalla propaganda elettorale della Lega Nord per delegittimare gli immigrati”.

 

Lo studio è citato anche nel Suo libro, “Deumanizzazione” (Laterza). Questo processo si è manifestato anche in questa campagna?
“Molte delle categorie impiegate per delegittimare candidati e sostenitori del centro-sinistra sono state caratterizzate da contenuti deumanizzanti. Berlusconi, per esempio, ha affermato che chi vota a sinistra è ‘senza cervello’. Se consideriamo che gli attributi tipici dell’umano sono l’intelligenza, il linguaggio, la capacità di provare ed esprimere sentimenti, privare l’avversario della facoltà intellettiva significa additarlo come essere subumano, usando un registro animalizzante. Il premier ha anche, ripetutamente, accusato i magistrati di essere un cancro della democrazia, mentre Daniela Santanché ha definito Ilda Boccassini una metastasi. In queste esternazioni emerge un’altra forma di deumanizzazione, la biologizzazione, che fa riferimento all’universo della malattia e dei suoi annessi – microbi, virus, bacilli, morbi, pestilenze, tumori, sporcizia, inquinamento. Si tratta di immagini che evocano una minaccia estrema, che può essere affrontata solo con interventi drastici di pulizia, estirpazione, disinfezione, purificazione. Il registro biologico, emerso in epoca moderna, ha acquistato un ruolo via via più importante nella propaganda degli ultimi due secoli, segnando con la sua presenza le persecuzioni più atroci del Novecento. La deumanizzazione di stampo animalistico e biologizzante è stata anche affiancata dalla demonizzazione, un registro antico, tipico delle lotte di religione, che continua però a essere impiegato nei conflitti politici e ideologici contemporanei. Ci riferiamo a un articolo di Tempi, organo di Comunione e Liberazione, nel quale si legge che ‘Pisapia è, metaforicamente parlando, un Anticristo. Che le scritture descrivono come personaggio suadente’”.

 

Politicamente, cosa favorisce il prevalere di questi temi?

“Questi temi diventano dominanti quando si è di fronte a una esasperazione del conflitto politico. La deumanizzazione, in particolare, va considerata come un segnale meritevole di attenzione; esso ci avverte che la contrapposizione sta degenerando e rischia di diventare incontrollabile. Non a caso alcuni commentatori hanno parlato, in questi giorni, di clima da guerra civile”.

 

Dal punto di vista psicologico, quali comportamenti/sentimenti dovrebbe stimolare nell’elettorato il riferimento a queste categorie?

“L’impiego di queste categorie, soprattutto della loro forma più severa, la deumanizzazione, ha lo scopo di far percepire l’avversario come un deviante, un diverso, un essere altamente minaccioso. Un altro scopo è quello di giustificare qualsiasi attacco effettuato nei suoi confronti. Come sopra accennato, strategie delegittimanti e metafore deumanizzanti sono comparse negli scenari peggiori del Novecento, impiegate dai regimi totalitari di ogni ispirazione per attaccare nemici e giustificare stermini. Non dobbiamo, a mio avviso, dimenticare la lezione di Susan Sontag che, in Malattia come metafora, ci ha insegnato che definire cancro un fenomeno costituisce un esplicito incitamento alla violenza”.

 

Ritiene che questa campagna elettorale risulti di un qualche interesse ai fini dei Suoi studi?

“Questa campagna elettorale è per noi molto interessante perché ci permette di osservare, con inusuale chiarezza, il ruolo dei processi di delegittimazione e deumanizzazione. Mi auguro ci permetta anche di documentare l’efficacia delle strategie di resistenza di fronte a interventi potenzialmente devastanti per la comunità”.

 

Gaetano Prisciantelli

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