Alla Biennale con l’Albania

Alla Biennale con l’Albania

Le Olimpiadi dell'Arte sono una vetrina anche per i paesi meno ricchi. Un'intervista a Riccardo Caldura, curatore del padiglione albanese.

6 giugno 2011

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L’importante è partecipare.

Alle olimpiadi dell’arte, come il Wall Street Journal ha definito la Biennale di Venezia, vale la vecchia regola delle vere Olimpiadi.

 

Con 89 paesi presenti, figurare tra gli ospiti dell’esposizione è essenziale a ogni scena artistica per affermare la propria esistenza. Tanto che anche le nazioni emergenti, o in situazioni critiche come Haiti e Iraq, scelgono di esserci nonostante le difficoltà. “La Biennale è un’occasione unica di confronto e stimola lo sviluppo della scena locale”, ha spiegato a ITALIC il responsabile dello spazio del Bangladesh nel numero di giugno.

 

A due giorni dall’inaugurazione di sabato 4 giugno chiediamo conferma a Riccardo Caldura, curatore del padiglione albanese. L’Albania, capace di dare all’arte contemporanea buoni nomi nonostante l’isolamento, è soltanto alla seconda presenza ufficiale dopo quella del 2007. Come luogo ha scelto un cubo bianco sull’isola di Giudecca, vicino alla chiesa del Redentore. Organizzare è uno sforzo organizzativo notevole, che ha impegnato almeno sei mesi. Ma ne vale la pena?

 

“Per un paese, la Biennale è certo un’occasione di rilancio. Ma al di là della vetrina, la presenza in sé è la prova dello sviluppo delle arti visive in una cultura.

 

Perché?

“Perché implica procedure complesse e istituzioni strutturate. La partecipazione è insomma l’apice di un percorso. Nel nostro caso, a organizzare è la Galleria Nazionale d’Arte di Tirana, la sola istituzione pubblica presente in Albania”.

 

La parte più pubblicizzata del padiglione, titolato Geopatie, è quella di Anila Rubiku, che ha fatto ricamare sessanta cappelli da donne immigrate di vari paesi.

Rubiku è un’artista già nota a livello internazionale e la Fondazione Borsalino ha sostenuto il suo Hats Protect Ideas. Ma nel padiglione c’è molto altro. Ho scelto non solo artisti già attivi in Europa, ma anche all’interno del paese. Ci sono ad esempio le opere di Eltjon Valle, classe ’85, con un progetto su un’area in Albania rovinata dalle estrazioni petrolifere e che propone oggetti ritrovati nella zona e perfino un metro quadrato di terreno inquinato. C’è anche un video di Driant Zeneli, in cui cerca di toccare la luna, che è sicuramente di futuro impatto.

 

Qual è lo stato di salute del mondo dell’arte albanese? Esistono soggetti privati?

Non molti. C’è un piccolo centro, il TICA (Tirana Institute of Contemporary Art), ma la Galleria di Tirana è l’unica grande struttura, e deve emergere con maggior forza. Prima si devono affermare le istituzioni pubbliche, altrimenti il privato non riesce ad affiancarle.

 

La Galleria dipende direttamente dal ministero della Cultura. Ci sono state influenze politiche?

No, non c’è stata nessuna pressione sul curatore. La situazione politica in Albania è talmente instabile, con le elezioni amministrative a Tirana ancora contese, che in questo quadro era impossibile averne.

 

Edoardo Bergamin

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