Ma di cosa cavolo parli?

Ma di cosa cavolo parli?

Intervista a Fay Ledvinka, che ha studiato i dialoghi dei film stranieri adattati per il mercato in italiano.

9 giugno 2011

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“Ma cosa cavolo stai dicendo?”. In molti avranno fatto questa domanda nella vita, soprattutto trovandosi di fronte a una traduzione sbagliata.

 

Questa è stata la molla che ha fatto scattare in Fay Ledvinka, 23 anni, la voglia di fare uno studio specifico su come vengono tradotti in Italia i film stranieri, e soprattutto sul perché vengono tradotti in un certo modo.

 

Ledvinka, che è di Firenze nonostante il cognome straniero, di mestiere non a caso fa la traduttrice e ha pubblicato un libro sul tema: What the fuck are you talking about?, uscito nel maggio scorso per le Eris Edizioni. Un testo che nasce già sui banchi dell’università. Ledvinka infatti è laureata in Scienze della mediazione linguistica per traduttori e dialoghisti cine-televisivi alla Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Torino.

 

ITALICnews l’ha intervistata per parlare di un tema complicato e controverso, come quello dell’adattamento dei dialoghi nei film e della censura che spesso colpisce i film stranieri in Italia.

 

 

Dottoressa Ledvinka, cominciamo dal titolo del libro. What the fuck are you talking about?, che in italiano starebbe per “Di cosa cazzo stai parlando?”. Come mai si è scelta questa formula?

“Principalmente perché è una delle frasi che più frequentemente nei film viene deturpata del turpiloquio fuck, usato fra l’altro come intercalare. Lei infatti lo ha giustamente tradotto con l’intercalare italiano cazzo, e non come termine offensivo. Molto spesso si sente dire nei film ‘Ma di cosa stai parlando?’, ‘Ma di che cosa parli?’ oppure ‘Ma che cosa stai dicendo?’; questo perché, quando ritenuto superfluo, il turpiloquio è pressoché sempre eliminato, anche quando essendo un intercalare ha già perso in gran parte la sua forza offensiva. Per questo il titolo è rimasto come l’originale. Così solo coloro che sono veramente interessati si soffermeranno a capire, mentre invece chi si accontenta di fidarsi delle traduzioni o non ha voglia di cercare il significato letterale perderà il carattere originale della battuta”.

 

C’è quindi una scelta ponderata già nel titolo.

“Essendo l’argomento abbastanza originale e difficile sia da argomentare che da affrontare, ogni tanto mi venivano dei dubbi in proposito. Ma questa era la domanda che mi veniva naturale quando pensavo a ciò che stavo scrivendo. È una domanda retorica da un lato, perché la parolaccia, che poi è l’argomento principale del saggio, è messo subito in evidenza anche dalla grafica stessa del titolo. Quindi mentre si pone la domanda si suggerisce anche la risposta”.

 

Come ha avuto l’idea per uno studio sul doppiaggio e sul problema dell’adattamento dei dialoghi?

“Il mio corso di studi era proprio Traduzione per dialoghi cine-televisivi, quindi ero esposta ogni giorno all’argomento e anche alle due versioni di film — originale e doppiata — per molte ore al giorno. Essendo di madrelingua inglese, mi era facile sentire e notare dove le parolacce venivano ‘dimenticate’ nella versione italiana. Poi sono un’amante appassionata del turpiloquio in tutte le sue forme, forse a volte anche eccessivamente. L’argomento mi è ha colpito sempre di più, e più mi appassionavo più notavo come queste parole cadessero nel baratro dell’omissione e trattate come fronzoli, come parti secondarie dei discorsi. Fino al punto in cui non è diventato l’argomento della mia tesi e di conseguenza il fuoco di tutte le mie attenzioni e curiosità”.

 

Quanto l’ha impegnata questo studio?

“Per interesse personale diciamo dai 17 anni fino ad oggi. Per studio direi un paio di anni, fra il 2008 e il 2010, incentrandomi maggiormente sulla traduzione dall’inglese all’italiano. Prima era un interesse più generico, rispetto anche ad altre lingue come francese e spagnolo. Ma alla fine, dato il mio bilinguismo mi sono appassionata soprattutto alle omissioni e alle trasformazioni dall’inglese e dall’anglo-americano all’italiano”.

 

Parla di “inglese” e di “anglo-americano”. Sono così diversi?

“È giusto distinguere, perché soprattutto quando si parla di parolacce, si parla di slang e modi di parlare che variano molto da una regione all’altra, o da un paese all’altro”.

 

Qual è l’ostacolo principale nell’adattamento dei dialoghi? È un problema di censura o di semplice traduzione?

“L’adattamento dei dialoghi ha più problematiche da affrontare, soprattutto se si parla di doppiaggio, dove la traduzione — o meglio l’adattamento, che non è sinonimo — di una battuta deve avere la stessa lunghezza della battuta originale, senza dimenticarsi di rispettare i movimenti labiali, soprattutto per quanto riguarda i primi piani. Già solo questi due elementi sono estremamente vincolanti per un adattatore, che non è sempre anche il traduttore. L’inglese in particolare è una lingua più concisa rispetto all’italiano, quindi molto spesso anche una frase semplicissima può risultare più lunga in italiano. Per questo le parolacce sono il primo elemento linguistico che viene eliminato, in modo da accorciare le frasi e mantenere così la stessa lunghezza delle battute originali. Non essendo portatrici di significato, cioè il significato della frase non cambia con o senza parolaccia, possono essere eliminate facilmente. Ma certo la loro omissione trasforma il tono, l’immediatezza, l’aggressività o la comicità e la naturalezza della battuta”.

 

Qual è stato il caso più particolare, assurdo, singolare, che ha trovato nello studio che ha effettuato?

“Credo sia stato in The Snatch di Guy Ritchie (Gran Bretagna — 2000). Per questo esempio non ho trovato nessuna spiegazione soddisfacente, perché non è una traduzione letterale, non è una traduzione sensata, neanche nel contesto della frase, e non ha giustificazioni di lunghezza della battuta. La versione italiana è più volgare dell’originale, ingiustamente razzista e fuori luogo”.

 

- I got fucking black ink all over fuck boy, oh my! He is stained for fucking life! That and the golden teeth as well. Fucking hell, mate! (originale)

- Cazzo, quel nero scampanato del cazzo non voleva mollare. Un coglione bavone, porca troia. E poi anche la ragazzina del padrone, puttana merda! (doppiaggio)

(The Snatch, 2000, G. Ritchie)

 

In Italia spesso le parolacce sono considerate solo delle appendici volgari del discorso e si evita di usarle normalmente. Altrove com’è la situazione?

“Le parolacce sono considerate da sempre un’appendice volgare in tutte le lingue e chi ne fa largo uso non fa mai buona impressione, in nessuna parte del mondo. Personalmente ritengo che si possano e debbano usare, sempre con la moderazione del caso. La mia è più una polemica rivolta alla traduzione di tali parole, dove non sempre si rispetta il volere e la scelta di chi ha scritto i dialoghi. Il film è un’opera d’arte che necessita di una traduzione per essere fruito a livello internazionale. La forte fobia, in Italia, è quella per la bestemmia, ma la radice di questa opposizione non è più linguistica ma religiosa e culturale. In Italia la religione cristiano-cattolica è sempre stato un argomento tabù, ma è giusto sottolineare che non si trova la stessa avversione o la stessa rabbia nei confronti di un insulto che faccia riferimento a un elemento o un aspetto di un’altra religione”.

 

Valerio Pierantozzi

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