Tra orgoglio e pregiudizi

Tra orgoglio e pregiudizi

Maurizio Molinari e Gli italiani di New York. Intervista al corrispondente della Stampa dalla Grande Mela.

23 giugno 2011

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C’è una scena della serie tv americana I Griffin che grazie a YouTube ha fatto il giro del mondo: il padre di famiglia Peter entra nel tipico negozio di prodotti italiani e in virtù dei suoi nuovi baffi pretende, gesticolando in maniera esagerata e inventando parole a caso, di saper parlare in italiano con il baffuto salumiere.

Negli Stati Uniti, dai mafiosi di Sopranos ai cafoni del reality Jersey Shore, quando parli di italoamericani, l’effetto è assicurato.

 

Con gli stereotipi gioca anche la copertina del nuovo libro di Maurizio Molinari, domani 24 giugno in presentazione al Circolo della Stampa di Torino (ore 18, corso Stati Uniti 24). I baffi neri all’insù – segno distintivo di un altro italoamericano della cultura pop, Mario Bros – sono il “logo” di Gli italiani di New York, pubblicato la scorsa settimana da Laterza, dove il corrispondente della Stampa racconta alcune delle vite dei quasi 3 milioni di abitanti italiani o di origine italiana della città. Baffi a parte, quali pregiudizi affrontano?

 

“Responsabili dei pregiudizi sono da sempre cinema e tv. Oggi è il reality di MTV Jersey Shore [ITALIC ne ha parlato nel numero di giugno] ad aggiornare i cliché dovuti al Padrino. Così gli italoamericani sono passati da mafiosi a cafoni perditempo, svogliati e volgari”.

 

E gli italoamericani che ne pensano?

“Per loro, i nomi di guidos e le guidettes – come sono chiamati a causa dei personaggi dello show – sono un’offesa seria, equiparabile proprio a quella di mafiosi. Qualcuno ha chiamato in causa l’emittente, ma in realtà sul tema c’è un dibattito acceso. Per altri descrivere così gli italiani serve semplicemente a descrivere la nuova working class, la classe operaia di oggi”.

 

Un altro luogo comune: il cattivo inglese.

“A New York tutti parlano un inglese sporco, perché praticamente tutti sono immigrati. L’accento non è un problema, perché qui le persone vengono prese sul serio sulla base dei risultati”.

 

L’eccellenza italiana non è quindi un altro stereotipo.

“A New York l’Italia eccelle di sicuro per moda e cibo, mentre è debole nella finanza e nella scienza. Merito del terziario, che ha deciso di essere presente mentre banche e istituti si sono progressivamente ritirati”.

 

Anche Little Italy sta scomparendo, inglobata da Chinatown.

“Sì, è dagli anni Cinquanta che gli italiani sono diventati più ricchi e si sono trasferiti altrove, nei sobborghi di Brooklyn e Staten Island, dove si sono integrati al tessuto urbano. Mentre Little Italy scompariva è nata però una nuova comunità italiana nel Bronx, nei dintorni di Arthur Avenue. È quella la vera Little Italy di oggi, con le chiese, i ristoranti e i cinema dove tutti parlano italiano”.

 

L’atmosfera è la stessa?

“Be’, il reddito è molto più alto rispetto ai tempi della prima comunità italiana a New York. Ma anche qui c’è un braccio di ferro tra etnie che si contendono il territorio, in questo caso messicani e albanesi. New York funziona così d’altra parte”.

 

Domani cosa racconterà?

“A proposito di integrazione, una storia newyorkese e italiana insieme è quella dei pompieri morti durante l’11 settembre. Circa il 10% era di origini italiane. Se in tanti hanno scelto di vestire la divisa simbolo dell’altruismo statunitense è per la cultura del give back. Hanno scelto di restituire quanto avuto dalla comunità”.

 

Gli italiani di New York, presentazione del libro di Maurizio Molinari al Circolo della Stampa, corso Stati Uniti 27, Torino, ore 18. Ne parlano con l’autore il direttore della Stampa Mario Calabresi, il patron di Eataly Oscar Farinetti e il sindaco di Torino Piero Fassino.


Edoardo Bergamin

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