Una barca in città

Una barca in città

Il collettivo berlinese Raumlabor ospite di Situa.to per dare un luogo comune al quartiere Barca. "L'importante è lasciar qualcosa nell'immaginario della gente"

27 giugno 2011

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Per fare una piazza di norma servono scavi, lavori di mesi, arredi urbani. A Barca, periferia nord di Torino, per costruire un luogo di incontro sono invece bastati materiali di recupero e qualche asse di legno.

A occuparsi del cantiere (terminato nella serata di ieri 26 giugno con una festa) il collettivo di architetti berlinesi Raumlabor, invitati dal progetto d’arte nello spazio pubblico Situa.to.

 

Barca è un quartiere sconosciuto a buona parte degli stessi torinesi, diviso dal resto della città dal fiume Stura. Tra le case basse della zona, chiamata così per i traghettatori che collegavano le due sponde, mancava uno spazio di incontro per gli abitanti. ”A Barca una vera piazza non c’è”, spiega Giulia Majolino, 27 anni, antropologa ideatrice dell’intervento. “C’era solo un punto di incontro informale tra lo spazio anziani e un chiosco, una sorta di ‘piazza potenziale‘”.

 

Così, per migliorare il luogo e invitare ad abitarlo, i responsabili del progetto hanno lanciato ai giovani della zona un invito: aiutarli a costruire nel luogo proprio una barca, che servisse da momento di partecipazione e in futuro di incontro. “Abbiamo pensato ai Raumlabor – continua Majolino – perché da anni lavorano insieme ai giovani a progetti di auto-costruzione nello spazio pubblico”.

 

Per una settimana, due dei componenti del collettivo berlinese hanno diretto i lavori del Cantiere Barca, progettando e costruendo oggetti con materiali di scarto, assi da ponteggio e vecchie porte e finestre messe a disposizione da varie aziende.

“Per noi non è un processo nuovo, ma questa volta il workshop è stato particolarmente intenso”, racconta Francesco Apuzzo, l’italiano dei Raumlabor. “Una notte, ad esempio, alcuni hanno fatto la guardia ai materiali, dicendo che se qualcuno li avesse rubati sarebbe stato come se li avessero rubati a loro”.

 

Il risultato è una strana casetta di legno con vista su Superga, a cui hanno collaborato un gruppo di ragazzi del luogo. Affianco, c’è anche un orto pensile e una serie di nuove panche nell’area verde.

“Le nostre sono sculture sociali“, spiega Apuzzo. “Il risultato deve essere di buon livello, ma quel che più importa è riuscire ad attivare qualcosa nel luogo, magari creare un dialogo tra persone che si vedono da anni, e lasciare qualcosa nell’immaginario della gente”.

 

Come nella filosofia dei Raumlabor, ora il loro lavoro appartiene agli abitanti del luogo ed è compito loro saperlo valorizzare. “Per noi l’idea di una barca a Barca si trattava di una provocazione – dice Giulia Majolino – e di un modo per stimolare attraverso un’azione l’uso dello spazio pubblico e la riflessione sull’identità”.

A giudicare dall’inaugurazione di ieri, la provocazione ha funzionato. Basterà tornarci tra qualche mese per capire quanto.

 

Edoardo Bergamin

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