Imprenditoria: creare un ponte con la Cina

Imprenditoria: creare un ponte con la Cina

FIERI e Camera di Commercio di Torino presentano domani, mercoledì 29, un rapporto sugli imprenditori cinesi in Italia

28 giugno 2011

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Laoban. In cinese significa imprenditore. Significa il sogno lavorativo per molti immigrati ma anche un’opportunità di sviluppo internazionale per le aziende italiane. Che conoscendo meglio la realtà cinese potrebbero fare buoni affari a Pechino e dintorni.

 

FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione) e Camera di Commercio di Torino presentano domani, mercoledì 29, lo studio “Diventare Laoban. Lavoro autonomo, percorsi imprenditoriali e progetti migratori dei cinesi in Italia e a Torino” (Torino Incontra, ore 10.00), che fa il punto sull’organizzazione economica e sociale dei cinesi in Italia.

 

Sono ben 36.800 le imprese cinesi nel nostro paese (di cui il 22% in Toscana), per un volume d’affari che nel 2008 ha raggiunto i 46 milioni di euro, second0 solo al risultato delle imprese rumene molto superiori in numero.

 

Si tratta di imprenditori giovani (a seconda delle province solo il 10-20% ha più di cinquant’anni) impegnate soprattutto nel settore tessile, nel commercio e nella ristorazione.

 

“Quella cinese è una comunità moto ben inserita nel tessuto economico nazionale”, spiega Eleonora Castagnone, curatrice delle ricerca per FIERI. “Anche perché i flussi migratori dalla madrepatria sono molto ben organizzati. In sostanza – continua – arrivano nuovi cinesi solo se sanno che troveranno lavoro in imprese già avviate da parenti o amici”.

 

Ma se da un lato la comunità cinese, soprattutto con associazioni formate dalle “seconde generazioni”, tenta di aprirsi alla società italiana, questo avviene meno per quel che riguarda il mondo del lavoro. Eleonora Castagnone prende ad esempio la provincia di Torino: “Qui le imprese plurietniche (miste stranieri-italiani) sono solo il 2% del totale, contro il 30% della comunità tunisina e il 21% di quella egiziana”.

 

Eppure una maggiore apertura e collaborazione fra aziende cinesi ed italiane porterebbe vantaggi per tutti. “È proprio questo l’obiettivo del nostro studio – spiega Castagnone – favorire la conoscenza reciproca e quindi la collaborazione”. Che potrebbe portare a una maggiore integrazione cinese e a importanti vantaggi economici per le aziende italiane. “Lavorare con i cinesi potrebbe aprire importanti varchi commerciali per le nostre imprese in Cina. Nel caso di Torino, esistono grandi possibilità nel settore della meccanica e dell’automobile”.

 

Insomma, potrebbero crearsi figure “ponte fra i due mercati”. Come quel ristoratore cinese (la sua storia viene raccontata nel rapporto di FIERI) che in Italia ha iniziato ad appassionarsi alla filosofia di Slow Food. E poi ha deciso di portare i prodotti dell’eccellenza alimentare italiana nel suo paese. Con grande successo commerciale.

 

Matteo Acmè

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