Un premio tra il serio e il faceto

Un premio tra il serio e il faceto

Venerdì inaugura M'immagino d'immenso, la mostra con calembour di immagini e parole del Premio Skiaffino. Il vignettista Massimo Bucchi in giuria

5 luglio 2011

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Tre grandi lettere D su un fondo sfocato, un gruppo di lirici su un palmo aperto, il disegno svanito a metà di un ingresso.

 

Si tratta di tre calembour con figure – rispettivamente 3D, Mano d’opera e Cancello. Sono i giochi di immagini e parole, a metà tra l’enigmistica e l’intuito poetico, vincitori del concorso M’immagino d’immenso, l’edizione 2011 del Premio Skiaffino dedicata appunto a questo genere di calembour.

Le opere migliori dei partecipanti saranno in mostra da venerdì 8 luglio (ore 18) alla Fondazione Remotti di Camogli, in provincia di Genova, città natale di Gualtiero Schiaffino a cui il premio è dedicato.

 

 

 

Scrittore, pubblicitario, giocatore di Ciclo Tappo, assessore, Gualtiero Schiaffino è stato soprattutto un disegnatore umoristico per grandi testate e l’editore della rivista per l’infanzia Andersen. La sua firma era Skiaffino con la cappa.
In suo nome dal 2008 è nato il premio, ideato e diretto dalla figlia Barbara e dallo scrittore Ferruccio Giromini. “Gualtiero era un personaggio singolare, sempre sul limite tra serio e faceto”, spiega l’amico e collaboratore. “Il concorso è un invito ai più giovani a interpretare la realtà con umorismo e pensiero laterale”.
Un invito ai giovani veri, “non quelli di 35 anni”, precisa.

 

Al concorso hanno partecipato circa 120 diplomati in istituti d’arte e design italiani. I primi tre hanno spartito un totale di 2000 euro, secondo la classifica della giuria. A presiederla è il vignettista di Repubblica Massimo Bucchi, colpito dal buon livello dei lavori. “Più che fare satira i calembour dovevano essere capaci di poesia, per trasmettere un paradosso in modo divertito ma poetico”, racconta Bucchi a ITALICnews. “Vista anche l’età dei ragazzi, nelle vignette si nota il passaggio a uno stile per il web, più diretto, veloce e rivolto a un pubblico generale rispetto a quello per la stampa”.

 

 

 

 

In rete, la rapidità di fruizione è tutto. Non significa però che il mestiere del disegnatore sia altrettanto veloce. “Odio chi pensa che la vignetta sia un’illuminazione fulminante e non il frutto di otto ore di lavoro”, dice Bucchi che, tra scadenze e consegne, di intuizioni in carriera dice di averne avute 4-5 al massimo. “Solo una volta ho sognato una vignetta. Appena sveglio l’ho disegnata, l’ho guardata bene ed era pessima. Una buona vignetta è sempre una ricerca, una questione di tentativi”.

 

Per lui, non è così diverso da quanto accade con la poesia. Per dimostrarlo non sceglie un esempio a caso. “Anche M’illumino d’immenso sembra il colpo di un momento – dice Bucchi – invece Ungaretti è partito dall’intero vocabolario per cancellare tutte le parole tranne quelle quattro”.

Ogni attività creativa è d’altra parte un lavoro di impegno e fatica. Compresi i calembour più semplici.

 

 

Edoardo Bergamin

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