Il “futuro artigiano” dell’Italia

Il “futuro artigiano” dell’Italia

Intervista a Stefano Micelli, autore di un libro che indaga l'importanza del saper fare della tradizione manifatturiera

7 luglio 2011

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Secondo Stefano Micelli, economista e autore del libro Futuro artigiano, l’Italia ha bisogno di guardare alla sua tradizione manifatturiera, al saper fare delle piccole imprese, se vuole avere un ruolo da protagonista nell’economia globale.

 

Per capire le ragioni di questa affermazione è forse sufficiente un esempio: quello del meccanico (l’artigiano per eccellenza) e la bicicletta. Per l’esperto statunitense Matthew Crawford, “il meccanico per diagnosticare e riparare un guasto deve confrontarsi con un mondo costruito da altri (gli ingegneri che producono motociclette)”. A differenza degli studiosi di matematica che vivono e ragionano in un mondo costruito da loro stessi, l’artigiano è invece obbligato ad aprirsi al dialogo, a riconoscere un ordine costruito da altri. “La competenza – dice Crawford – di chi ripara motociclette (e dell’artigiano in generale) è legata a un atteggiamento di apertura verso il mondo”. Una caratteristica fondamentale per sopravvivere nell’era della globalizzazione.

 

“Invece negli ultimi dieci anni – commenta Micelli – l’Italia ha investito tutto nell’economia della conoscenza, immaginando un sviluppo gestito esclusivamente da comunicatori e designer. Così ci siamo un po’ dimenticati di quella conoscenza delle mani che da sempre caratterizza il nostro paese”.

 

Il saper fare della piccola-media impresa italiana. Per capire di cosa stiamo parlando basta concentrarsi sulle cosiddette “quattro A” dell’industria manifatturiera di casa nostra: alimentare, abbigliamento/moda, arredo casa e automazione meccanica. Settori che, messi insieme, hanno un valore di 142 miliardi di euro (dato 2006) e più di tre milioni di addetti.

 

Micelli crede che il rilancio dell’economia italiana debba passare da qui, attraverso due strade. Da un lato una nuova alleanza fra le competenze e le abilità dell’artigiano con il meglio dell’industria in termini di imprenditoria, management e comunicazione. Dall’altro l’inserimento anche delle piccole e medie imprese nel mercato globale, internazionalizzarle per farle crescere.

 

Un processo che nasconde qualche rischio. “Se anche gli artigiani spostano la produzione all’estero, il nostro paese rischia di rimanere senza futuro”, spiega Micelli. “Conosco diverse piccole aziende (fatturati da 8-10 milioni di euro) pronte a portare il lavoro all’estero, per crescere esclusivamente all’estero”.

 

Secondo l’economista l’unica soluzione, a questo punto, è diventare una sorta di laboratorio consapevole, sede di importanti scuole e centri di formazione, dalla moda alla meccanica. “Dobbiamo tornare a essere un punto di riferimento ben visibile per il resto del mondo, formare élite manifatturiere e attrarre nuovo capitale umano, nuove abilità dall’estero, appoggiandoci sulla nostra tradizione”.

 

Non è un’obbiettivo impossibile. E anzi, ci sono grandi nomi che già hanno percorso le strade appena descritte. Siamo nel settore del lusso: “Per marchi come Gucci, Fendi, Brioni questi sono concetti ampiamente acquisiti – dice Micelli – Queste aziende giustificano l’alto prezzo dei loro prodotti raccontando al cliente tutto il lavoro, il saper fare, le competenze che ci sono dietro”.

 

È solo un esempio, ma significativo per capire quello che può essere un modo di operare, “un modo tutto italiano di fare impresa nel mondo”. Basato sul saper fare e sulla tradizione, ma aperto verso i mercati del mondo.

 

Luca Cordero di Montezemolo, Giuseppe De Rita, presidente Censis, e Umberto Croppi, di Fondazione Valore Italia, discuteranno del libro “Futuro artigiano – L’innovazione nelle mani degli italiani”, venerdi 8 luglio 2011 alle ore 10.30 al MACRO Testaccio di Roma.

 

Matteo Acmè

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