SUL MENSILE

Messaggini diplomatici.

Messaggini diplomatici.

Per esercitare la propria influenza nel mondo gli Stati Uniti si affidano ai social network

di Roberto Zichittella

ITALIC N. 4

Luglio/Agosto 2011

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A Foggy Bottom, il quartiere di Washington che ospita gli uffici del Dipartimento di Stato, Alec Ross ha una missione da compiere, che lui riassume con queste parole: “il burro prima dei cannoni”.

 

Fuor di metafora, il compito di Ross è quello di “ristabilire il primato della diplomazia”. Come? Esercitando lo “smart power”, cioè la versione tecnologica del soft power. Coniato dal politologo americano Joseph Nye, il termine soft power indica la capacità, da parte della diplomazia di uno Stato, di esercitare la sua influenza con mezzi pacifici (come la cultura, i valori e le istituzioni della politica) piuttosto che con la forza (l’hard power).

 

Per compiere la sua missione Alec Ross, consigliere per l’innovazione del segretario di Stato Hillary Clinton, si basa su due strumenti: Facebook e Twitter. Attraverso la rete, con le poche righe di testo di un tweet, gli Stati Uniti esercitano la loro influenza comunicando direttamente con i cittadini del mondo intero. Suscitando qualche allarme tra i paesi più sospettosi.

 

Lo si è visto a gennaio 2011, nei primi giorni tumultuosi delle rivolte arabe che hanno scosso la Tunisia e l’Egitto. Dal settimo piano del Dipartimento di Stato è partito un tweet, siglato @StateDept, scritto in lingua araba: “Vogliamo unirci alle vostre conversazioni”. Così la diplomazia americana si è messa direttamente in contatto con le strade di Tunisi e del Cairo, dove migliaia di giovani si scambiavano notizie e organizzavano la rivolta proprio mediante social network come Facebook e Twitter. Al momento in cui scriviamo questo articolo i tweet di Alec Ross sono seguiti da quasi 353mila persone.

 

Alec Ross compirà 40 anni a novembre, è aitante, bello come un attore, sposato e padre di tre bambini. Nato a Charleston, in West Virginia, ha un background italiano: suo padre infatti ha lavorato all’ambasciata degli Stati Uniti in Italia. Dopo il soggiorno romano da adolescente, Ross è tornato in Italia per studiare all’università di Bologna. La madre racconta che quando gli chiese che cosa volesse fare da grande il piccolo Ross rispose: “Voglio essere presidente”. Presidente di che? “Il presidente”.

 

Probabilmente Ross non diventerà mai presidente degli Stati Uniti, ma il suo ruolo di tech guru se lo è ritagliato lavorando per la campagna elettorale di Barack Obama. Reclutato dallo staff di Obama nel 2006, Ross si è occupato degli aspetti tecnologici della campagna del futuro presidente. La Clinton lo ha portato a Foggy Bottom nell’aprile del 2009.

 

Al Dipartimento di Stato Ross si è trovato subito in sintonia con Jared Cohen, un ventinovenne che solo cinque anni prima era stato reclutato dal governo americano per tenere i contatti con i cyberattivisti, specialmente quelli presenti nella regione mediorientale. Ross e Cohen sono diventati interlocutori e amici di Eric Schmidt (presidente esecutivo di Google), Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, i genietti fondatori rispettivamente di Facebook e Twitter. Insieme, nel dicembre del 2008 hanno organizzato a New York un incontro internazionale di cyberattivisti da cui è nata l’Alliance of Youth Movement. Tema dell’incontro: le tecniche per avviare una mobilitazione civile attraverso i social network. Tra gli ospiti anche il cyberdissidente egiziano Ahmed Salah, uno dei fondatori del movimento di piazza Tahrir contro il “faraone” Hosni Mubarak, e il tunisino Slim Amamou, il quale, dopo essere stato rinchiuso in carcere, è stato chiamato a fare il sottosegretario per la Gioventù e lo Sport.

 

L’incontro è stata la prima occasione nella quale la diplomazia americana ha allacciato un legame con i giovani rivoluzionari arabi. In seguito altri incontri di blogger e cyberattivisti si sono svolti al Cairo (due volte nel 2009) e a Budapest nel settembre del 2010. Sponsor dell’operazione è sempre Google. Nel giugno del 2010 Ross e Cohen sono andati in missione in Siria. Nonostante le perplessità del regime, i due cyberdiplomatici hanno incontrato gli studenti dell’università di Damasco dove hanno tenuto una lezione sull’uso dei media sociali.

 

Concludere che dietro le rivolte arabe c’è la mano degli Stati Uniti sarebbe eccessivo, ma certamente questo mix disoft e smart power ha aiutato i giovani tunisini ed egiziani nella loro lotta contro i regimi dai quali si sentivano oppressi. Come ha riassunto Jared Cohen, che nel frattempo è andato a lavorare al think tank Google Ideas, “Facebook è utilizzato per fissare la data delle manifestazioni, Twitter per condividere la logistica e YouTube per mostrare tutto al mondo”. Oggi le rivoluzioni si fanno anche così.

 

 

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