Il futuro del mondo passa da qui

Il futuro del mondo passa da qui

Per il documentario sulla periferia di Andrea Deaglio c'è anche un libro in uscita. Questa sera la proiezione a Milano

21 luglio 2011

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La periferia appassiona, dicono. Appassiona chi la vive e discute del suo futuro, e chi decide di raccontarla per allontanarsi dalle logiche da vetrina del centro città.

 

Il futuro del mondo passa da qui – City Veins è un documentario di Andrea Deaglio, ambientato nell’estrema periferia torinese tra una comunità che abita le sponde di un fiume. “Il protagonista è il luogo”, come spiega il regista, ma si tratta di un luogo astratto che “perde i suoi confini e potrebbe essere in qualunque città”.

A Milano, ad esempio, dove questa sera il film è inserito nel programma di Cinema al Cubo (via della Moscova 28 – ore 21), ma anche a Parigi, dove in aprile ha vinto un premio al festival Cinéma du Réel. La proiezione di oggi, organizzata dal Milano Film Festival in attesa dell’edizione di settembre, è infatti per il documentario solo il più recente di una serie di appuntamenti.

 

Il progetto della troupe è nato nel 2007, per seguire la costruzione di un campo da golf sulle rive del fiume, poi annullata. Deaglio, classe 1979, ha deciso comunque di rimanere. La fase di riprese ha impegnato due anni, anche se “il grosso del lavoro — spiega il regista — è stato fatto a camera spenta, nel creare rapporti con la gente“.

 

Sul fiume i cinquecento “residenti”, perlopiù immigrati dall’Est europeo, vivono in sistemazioni di fortuna creando un vero slum. È un punto di riferimento per i nuovi arrivati in città e un crocevia di storie. ”In questo panorama di marginalità, dove accadono solo piccole azioni, il titolo appare assurdo”, dice Deaglio, alla sua seconda esperienza da regista. “Ma Il futuro del mondo passa da qui ha anche un significato reale e politico: il futuro delle città dipenderà da come progetteranno le loro periferie”.

 

Grazie a questo suo valore universale, il luogo non ha appassionato soltanto Deaglio. Il gruppo di persone riunito a vario titolo durante le riprese — scrittori e fotografi, ma anche antropologi e biologi — sta collaborando a una pubblicazione, in uscita entro la fine dell’anno.

 

Sarà un libro collettivo, autofinanziato, dove le ricerche e i reportage scritti sulla zona si uniranno al documentario. “Il film era uno spazio troppo stretto”, spiega Deaglio. “Il nostro obiettivo era interessare, creare attenzione sulla storia di un luogo”. La formazione di questo gruppo attivo su un territorio del genere è — al di là dei premi di cinema — un primo successo.

 

Edoardo Bergamin

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