ITALIC n.4 preview: Birra al fresco

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Nel carcere di Saluzzo i detenuti producono birra di qualità

30 luglio 2011

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Due anni fa, la prima volta che sono entrata, il birrificio non era ancora stato inaugurato. Si producevano già cinque tipi di birra ma mancavano un paio di mesi al taglio del nastro ufficiale.

 

Le botti di rovere in cui vengono affinate le diverse sperimentazioni non coprivano la parte sinistra della sala e non era stato appeso quel cartello all’entrata: “Tutti hanno bisogno di credere in qualcosa. Io credo che fra un attimo mi farò una birra”.

 

Chi lavora in questo birrificio ha bisogno più di altri di credere in una realtà oltre il presente. Sono tutti detenuti, tranne il mastro birraio, Andrea Bertola, che ogni giorno entra verso le otto nel carcere di Saluzzo e se ne va la sera intorno alle sei. “Prima il fatto di non poter usare il cellulare era una scusa per uscire ogni volta che dovevo telefonare”. Come tutti gli esterni che entrano in un penitenziario, lasciava ogni cosa nella cassetta di sicurezza. Adesso può portarsi dietro il cellulare; ma se lo trovassero in mano a un detenuto “qui chiuderebbe tutto”.

 

La guardiola, il buio corridoio e la massiccia porta di metallo. Poi si attraversa il cortile in diagonale, accecati dal sole che si riflette sulle pareti grigie. Il birrificio è lì, scavato nel blocco di cemento, basso e squadrato, davanti alle finestre delle celle con i panni stesi. Saluto Stefano e Giorgio, che qui lavorano dal primo giorno. Mi presentano Antonio, giovane tutto tatuato che mi invita a indovinare la sua età. Gliene do 28, ne ha 29. “Prima o poi tatueremo anche Andrea”, scherzano. “Gli raseremo barba e capelli e gli faremo un bel disegno sul braccio”.

 

Bertola sorride, non sembra proprio tipo da tatuaggi, piuttosto il perfetto personaggio-birraio, con la barba lunga, foltissima, nera, i capelli scompigliati e lo sguardo attento e buono.

 

È lui l’artefice del progetto, insieme alla cooperativa Pausa Cafè, che dopo aver avuto successo con altre due esperienze simili, caffè e cioccolato, prodotti nel penitenziario Le Vallette di Torino, dal 2004 iniziò a pensare alla birra e la portò qui, in questa storica prigione a un’oretta di macchina dalla Mole.

 

I tre detenuti arrivano al lavoro dopo la colazione; a seconda della giornata iniziano con la cotta, la preparazione della birra, o puliscono i macchinari, almeno quattro ore quotidiane di disinfezione di ogni strumento.

 

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