In cerca di un nuovo modello

In cerca di un nuovo modello

I giornali italiani vendono sempre meno. Ma è troppo facile dare la colpa a Internet (da ITALIC di marzo-aprile)

4 agosto 2011

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Durante l’estate ITALICnews vi ripropone alcuni articoli usciti sui primi numeri del nostro mensile

 

Mentre tirano le somme dei debiti, gli editori dei quotidiani italiani sperano che si accenda una luce in fondo al tunnel. Negli ultimi dieci anni hanno perso il 32% delle copie vendute e oltre il 20% del fatturato, hanno pre-pensionato più di 500 giornalisti, dimezzato i lavoratori poligrafici, risparmiato sui viaggi degli inviati, tagliato sugli acquisti di giornali e riviste, eliminato molti dei benefit concessi alla categoria negli anni delle vacche grasse.

 

E ora osservano con malcelato entusiasmo il successo dell’iPad della Apple — 14 milioni di tablet ven- duti in neanche un anno — e aspettano l’arrivo delle tavolette elettroniche dei concorrenti immaginando la nascita di un nuovo mercato e di un’ecologia digitale diversa. Un mondo dove i giornali possono essere scaricati, letti e pagati nella loro organica interezza, chiudendo l’era del web che i giornali li frammenta e li riduce a piccoli atomi, un titolo, una citazione, un articolo, e poi via con un semplice clic a leggere qualcos’altro. Molti editori scommettono che l’iPad porterà aria nuova nelle redazioni, e nuovi introiti in cassa. Si tratta di una speranza fondata? Analizzan- do cosa è accaduto negli ultimi anni sul web c’è da dubitarne. Vediamo perché.

 

Molti editori pensano che la catastrofe che si è abbattuta sui giornali sia stata causata in primo luogo dall’abitudine di leggere gratis i giornali sul web. Per questo diversi giornali italiani hanno una presenza limitata online, e anche i più importanti, come il Corriere della Sera e La Repubblica, hanno una redazione separata che confeziona la versione online del giornale. Addirittura, negli ultimi mesi i vertici del Corriere hanno deciso di limitare al massimo gli articoli dell’edizione cartacea da pubblicare in rete: due, tre al massimo. Quasi in tutti i giornali italiani le redazioni web sono un corpo separato all’interno del giornale.

 

Redazioni divise da un fossato
Nelle più importanti testate del mondo si è assistito negli ultimi anni alla convergenza tra le due redazioni, al contrario in Italia questa separazione permane più forte che mai. Qualche giornalista scrive il suo blog, ma si tratta spesso di iniziative personali. Ma in generale tra i due mondi, la carta e il digitale, resta un fossato invalicabile che la corporazione non vuole rompere. Il web è il nemico, il “gratis” è considerato la causa dei problemi dei giornali, della decadenza della carta. L’opinione è diffusa, radicata, invincibile. Ma è sbagliata. Basta osservare la realtà che emerge leggendo i dati.

 

Secondo Audipress ogni giorno in Italia sono poco più di 24 milioni gli italiani che sfogliano un quotidiano di carta, mentre sono circa 2,5 milioni quelli
che danno almeno un’occhiata alla loro edizione web. Questi dati risalgono al terzo trimestre del 2010: difficile immaginare che l’attività online di circa un decimo dei lettori abbia causato, nell’ultimo decennio, un calo del 32% nelle vendite dei giornali.

 

Ma entriamo più nel dettaglio. Prendiamo un giornale come il Messaggero. Stando sempre alle rilevazioni di Audipress ogni giorno la sua edizione cartacea ha un milione e 410mila lettori. E sul web? Appena 89mila. Ogni 15,8 lettori del Messaggero di carta ce ne è uno sul web. Ma allora perché negli ultimi dieci anni le copie vendute del quotidiano romano sono scese del 32%? Certo questo crollo non si spiega con la lettura gratis sul web. Per altri giornali vale lo stesso discorso. La Stampa di Torino, per esempio, viene letta ogni giorno da circa due milioni e 93mila lettori, quella sul web da 89mila: com’è possi- bile che l’eventuale spostamento sul web di meno di un lettore su venti abbia causato la perdita del 26% delle copie? Ovviamente non lo è. Aggiungiamo che, secondo Audiweb, i lettori che frequentano i siti della Stampa e del Messaggero, ogni mese dedicano in media a questa attività rispettivamente 21 e 12 minuti, molto meno di un minuto al giorno.

 

In realtà la lettura dei giornali gratis sul web non è la causa principale della decadenza dei giornali. Altre sono le ragioni, per esempio la dispersione dell’attenzione dei lettori tra una molteplicità di media (i cellulari, le tv tematiche, la free press, i social media…) ma soprattutto la perdita di centralità sociale dei giornali: molte delle informazioni che un tempo si trovavano solo sulla carta oggi sono facilmente disponibili in rete. Se voglio acquistare una moto usata, scorrere le quotazioni di borsa, vedere l’elenco dei film in programmazione nei cinema, posso farlo sul pc di casa o sul cellulare.

 

Se fosse vero che leggere le notizie gratis sul web è la causa principale della crisi, Repubblica dovrebbe essere allo stremo. Ma non è così: ogni giorno 3,3 milioni di persone sfogliano il giornale di carta, e 873mila lo cliccano sul web. Il rapporto è 3,7 a uno. Il giornale di Ezio Mauro è non solo il giornale cartaceo più letto d’Italia, ma anche quello più letto sul web e quello che ha più utenti digitali rispetto alla carta. Il Corriere insegue con quasi tre milioni di lettori sulla carta e circa 500mila online.

 

Navigatori che leggono poco
Gli italiani leggono molto poco i giornali in rete. Sono in coda alle classifiche dell’Ocse per copie di quotidiani venduti e sono anche in fondo per la lettura delle news online. Solo il 18% ha questa abitudine (peggio di noi solo i turchi), mentre in paesi come la Corea del Sud, l’Islanda e nel Nord Europa questa percentuale supera il 60%. Ma allora cosa fanno i quasi 25 milioni di italiani che frequentano la rete?
Diamo un’occhiata ai 500 siti più frequentati nel nostro paese nel novembre 2010 secondo Audiweb. Si va da Google (primo con 24,7 milioni di utenti al mese) a Spankwire.com, un sito porno frequentato da 488mila utenti al mese (500° in classifica). Ebbene, all’interno di questo elenco ci sono i siti web di 33 quotidiani. Quanto tempo trascorrono gli italiani a leggere le news su questi giornali rispetto al tempo trascorso sugli altri 467 siti di questo elenco? La risposta è deludente per chi ama il futuro del giornalismo: appena il 2,7%. Il rimanente 97,3% del tempo viene trascorso giocando, facendo ricerche, consultando siti commerciali, guardando video, navigando all’interno di siti porno e così via. Ma soprattutto, comunicando con gli amici sui social network, in particolare su Facebook.

 

Non c’è da stupirsi. Ovunque, anche nei paesi dove si legge di più, sul web si passa il tempo facendo altre cose: i giornali hanno un ruolo marginale. Se si analizzano i dati di Repubblica (secondo sito di informazione in Italia, dopo Wikipedia), scopriamo che in media gli utenti dedicano alla versione online il 3,4% del tempo passato su Facebook. I 25 milioni di italiani che navigano nella rete trascorrono, sempre in media, nove ore al mese su Facebook, mentre i 13 milioni di lettori dei giornali passano 45 minuti al mese a leggere le news: una distanza abissale.

 

Ritrovare centralità
In questa frammentazione gli editori (e i giornalisti) dovrebbero essere interessati a far crescere la propria immagine sul web, investendo risorse non marginali sulla rete. Invece in Italia questo non accade. Gli editori sperano che i lettori, non trovando contenuti molto attraenti sul web, siano incentivati ad andare in edicola.
Il risultato è che — come ha notato il Censis — il ruolo dei giornali italiani diventa sempre più marginale.

 

 

L’iPad potrà rallentare questo processo? C’è da dubitarne. Anzi, una sua rapida diffusione potrebbe aggravare la crisi dei giornali. Infatti, mentre la lettura dei giornali sul web fa calare in modo marginale le vendite in edicola, chi decide di acquistare una copia (o un abbonamento) di un giornale sull’iPad rinuncia automatica- mente a acquistarlo in edicola. È un gioco a somma zero: una copia in più sul tablet equivale a una copia di carta in meno. Ma questo cambiamento potrebbe addirittura approfondire la crisi dei giornali. La vendita di quotidiani sull’iPad sarà per diversi anni una questione che interesserà élite piuttosto ristrette: soprattutto giovani tra i 25 e i 45 anni che hanno un buon reddito, un elevato livello culturale e considerano le tecnologie un prolungamento del corpo. I pubblicitari li chiamano “big spender”, e li considerano il target privilegiato delle campagne pubblicitarie delle aziende. Se questa fascia di pubblico si sposta sull’iPad, la fuga degli inserzionisti dalla carta diventerà ancora più rapida, lasciando alle testate tradizionali gli spot dei detersivi e dei pannoloni per anziani. La moltiplicazione dei media digitali distrugge i vecchi modelli di business, gli editori (e i giornalisti) non possono nascondere la testa sotto la sabbia.

 

 

Questo articolo di Enrico Pedemonte è uscito sul numero 1 di ITALIC.

 

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  • Romolo Coldagelli scrive:

    Non credo sia un problema di supporto (carta o digitale), quanto di distribuzione e di contenuti.
    Distribuzione: in USA ed in GB dove i lettori sono molti più degli italiani, i quotidiani li trovi dappertutto, non solo in edicola: in strada dentro bussolotti dedicati, ai semafori venduti da strilloni, nei bar, nei ristoranti… e molti sono anche gratuiti.
    Contenuti: in molti giornali, l’80% delle notizie sono dei copia ed incolla dei comunicati delle agenzie. Forse qui c’è molto da migliorare.

    • admin scrive:

      80% forse è una percentuale un po’ troppo alta. Ma certo, rimane un fenomeno purtroppo molto diffuso.
      Redazione ITALIC

      • Romolo Coldagelli scrive:

        Mi riferivo al numero delle notizie, non al volume dei testi, ma, ok, son disposto a scendere al 75% ( i 3/4).
        Ma forse, se guardiamo i giornali locali, la percentuale sale ancora…