Al lavoro oltrefrontiera

Al lavoro oltrefrontiera

Sono quasi 50mila gli italiani che ogni giorno vanno a lavorare in Svizzera. È l’immigrazione che piace alla Lega (da ITALIC di marzo-aprile)

7 agosto 2011

0

Durante l’estate ITALICnews vi ripropone alcuni articoli usciti sui primi numeri del nostro mensile

 

C’è un solo modo per la Svizzera di occupare la pagina degli esteri dei nostri quotidiani: dichiarare guerra all’Italia. È quello che ha fatto il partito dell’Unione democratica di centro (Udc) del Canton Ticino, nell’ottobre scorso, con la campa- gna pubblicitaria Bala i ratt: affissioni di grande formato in cui tre topi erano intenti a mangiare il formaggio svizzero.

 

I topi rappresentavano Giulio Tremonti (colpevole di aver inserito la Svizzera nella black list dei paradisi fiscali), un cittadino dell’Est europeo e un lavoratore frontaliero italiano, ovvero uno dei 47.650 italiani che ogni mattina si recano a lavorare nella Confederazione. Tema, quest’ultimo, davvero rilevante visto che per numero di lavoratori occupati il Canton Ticino potrebbe aspirare a essere la terza azienda italiana, dopo il Pubblico Impiego e la Fiat.

 

Eppure a livello mediatico i frontalieri hanno lo stesso appeal di un dibattito su L’esperienza lacaniana della psicanalisi e il suo reale. Meno di zero. La responsabilità di aver regalato il quarto d’ora di celebrità a una realtà sconosciuta è di Pierre Rusconi, leader dell’Udc ticinese. “La questione dei frontalieri incide su aspetti occupazionali ed economici” dice Rusconi a Italic. “Nel settore terziario gli italiani sono pagati meno e di conseguenza rubano il posto agli svizzeri”.

 

L’aspetto economico, invece, è legato al mecca- nismo del ristorno. In base all’accordo italo-svizzero del 1974, il 38,8% delle tasse interamente pagate dal frontaliere alla Svizzera viene versato (“ristornato”) dai Cantoni ai comuni italiani di frontiera. La cifra corrispondeva nel 2009 a circa 57 milioni di franchi, quasi 43 milioni di euro. La ragione dei ristorni è dovuta al fatto che il frontaliere continua a utilizzare infrastrutture e servizi del comune italiano di residenza. In genere questi soldi vengono investiti in edilizia scolastica, sanità e lavori pubblici. “Il 38,8% — contesta Rusconi — è troppo alto. Con l’Austria il ristorno è al 12,5%. Noi chiediamo di allineare la percentuale italiana a quella austriaca”.

 

Se si passa alla lettura dei dati, in effetti le preoccupazioni occupazionali dell’Udc sembrano non trovare riscontro. Le analisi del Code, Centro per l’Osservazione delle Dinamiche Economiche dell’Università della Svizzera Italiana, non accreditano l’esistenza di un fenomeno di sostituzione dei lavoratori svizzeri con quelli italiani. Dalla sede di Lugano, Siegfried Alberton, responsabile del Code, conferma: “A partire dalla metà degli anni Novanta il numero dei frontalieri è aumentato, senza che si sia registrata una pari diminuzione di lavoratori indigeni. Attualmente non ci sono fenomeni numericamente importanti di sostituzione, così come non si è manifestato il temuto dumping salariale. Anzi, in generale si è registrato un aumento dei salari, sia dei lavoratori svizzeri sia di quelli italiani”.

 

Per Giovanni Salandin della Cgil di Varese, che da anni segue le vicende del frontalierato, la questione è ancora più complessa: “La realtà è che le provincie confinanti non potrebbero vivere senza la Svizzera, ma anche la Svizzera senza frontalieri sarebbe in seria difficoltà. Basti pensare che su 180.000 occupati in Ticino, quasi 50.000 sono italiani”.

 

I ristorni sono ossigeno per i comuni di frontiera che vivono una condizione di crisi lavorativa. Negli ultimi tre anni, nella sola provincia di Varese circa mille imprese e microimprese hanno chiuso. Allo stesso tempo, senza i frontalieri il Canton Ticino perderebbe il 30% della forza lavoro. Ma allora perché questo attacco nei loro confronti? Per Salandin la risposta è di natura antropologica: “Nei periodi di crisi le comunità tendono a chiudersi in se stesse”. Se i topi ballano è perché i gatti dormono.

 

La prosecuzione di Bala i ratt è Ronfa i gatt, dove i gatti sono gli altri tre maggiori partiti svizzeri: i liberali-radicali, i socialisti e i popolari-democratici. “Pensi che questi partiti si sono sentiti in dovere di chiedere scusa all’Italia per le affissioni di Bala i ratt” dice Rusconi. “La mia è anche una battaglia per ritrovare un po’ di orgoglio nazionale. Noi svizzeri ci scusiamo per tutto. Se domani qualcuno ci desse la colpa di aver tirato giù le Torri Gemelle, ci scuseremmo anche per quello”.

 

È dalla provincia di Varese che prende origine il maggior numero di frontalieri. Per il presidente della Provincia, Dario Galli, Lega Nord, il frontalierato è l’immigrazione più comoda del mondo: “Ogni sera i lavoratori tornano a casa; c’è affinità culturale e linguistica; non ci sono problemi di sicurezza. Avercene, di immigrazioni così”. Dal suo punto di vista il fenomeno ha però impoverito il territorio. “Formiamo lavoratori qualificati che poi vanno in Svizzera perché guadagnano di più. Se la provincia di Varese diventasse autonoma, con fiscalità e burocrazia paragonabili a quelle svizzere, sarebbero loro a venire a lavorare da noi”.

 

Questo articolo di Federico Confalonieri è uscito sul numero 1 di ITALIC.

 

© Riproduzione riservata

Privacy Autorizzo al trattamento dei dati personali ai sensi dell'art.13 del D.Lgs. 196/2003.
I dati saranno utilizzati per dare corso alla richiesta di abbonamento e non saranno ceduti a terzi. Leggi le note legali

* I campi contrassegnati da asterisco sono obbligatori

NOTA Per evitare messaggi inopportuni e spam, il commento non sarà immediatamente visualizzato.
La redazione provvederà a pubblicare i commenti al più presto, mentre i messaggi diffamatori, offensivi, razzisti e sessisti saranno eliminati.