Una talpa d’acqua per tappare i buchi

Una talpa d’acqua per tappare i buchi

Un professore italiano ha inventato una soluzione e il Qatar l’ha brevettata (da ITALIC di maggio)

10 agosto 2011

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Durante l’estate ITALICnews vi ripropone alcuni articoli usciti sui primi numeri del nostro mensile

 

Quando durante una cena a fine 2006 due amici, tecnici dell’acquedotto del Monferrato, gli hanno chiesto di ideare uno strumento per ridurre le perdite nelle condotte, Daniele Trinchero, docente al Politecnico di Torino, non pensava che avrebbe potuto tirarne fuori un oggettino capace di affascinare gli emiri, attirare petroldollari e magari risolvere un problema nazionale.

 

Non aveva neanche idea che in Italia, in media, il 35% dell’acqua va persa dalle tubature. Come se su una confezione di sei bottiglie di minerale due si svuotassero mentre le porti a casa. “C’è una grossa perdita di risorse tra la produzione e l’utente”, spiega Trinchero, seduto nel suo ufficio, in maglietta e gilet davanti al MacBook Air. “In altri ambiti, come per l’energia o il gas, sarebbe impensabile tollerare questi sprechi”.

 

Da qui è nata la Watermole, letteralmente la talpa d’acqua: un dispositivo che, inserito nelle tubature, permetterebbe di individuare con precisione le falle e intervenire con perizia chirurgica, abbassando i costi di manutenzione e migliorando la gestione delle reti idriche. Un’invenzione che in Italia potrebbe rendere molto considerando i dati pubblicati a marzo da Cittadinanzattiva. In Molise, ad esempio, il 65% dell’acqua si perde nelle condotte; in Basilicata siamo al 58%, in Abruzzo al 45%. Ma i picchi si toccano in provincia di Cosenza, dove va perso il 67% dell’acqua nei tubi, a Latina e Campobasso, entrambe al 65%.

 

Sono soprattutto le zone di campagna a subire le perdite più gravi, alzando la media. Se, ad esempio, a Torino città le perdite sono solo il 22%, fuori si può salire al 50% perché, spiega Fabio Curzola, un tecnico della Società Metropolitana Acque Torino (SMAT), “in provincia ci sono impianti vecchi di 50 o 60 anni e non c’è la logica di monitorarli e di mettere in campo un piano d’investimento”.

 

“Il problema è che l’acqua non è percepita come un bene dalle persone — sottolinea Trinchero — Siamo abituati a pensare che sia lì, sempre a disposizione, senza capire lo sforzo che c’è dietro”. Quella sera del 2006 il professore si è fatto spiegare qualche particolare tecnico dai suoi amici. Un liquido, quando scorre in un tubo e incontra una falla, produce dei suoni. Più il buco è grande, più il suono è grave e le frequenze sono basse. Se tutto va bene, non c’è alcun rumore. Lui ci ha riflettuto fino a che non è nata l’idea “di creare una sorta di telefono capace di passare nei tubi e trasmettere la voce dell’acqua”. Però deve comunicare il problema in superficie, trasmettendo il segnale attraverso acqua, tubi, terra: “Qui entra in campo l’anima wireless”, dice Trinchero, che nel 2004 ha fondato il laboratorio iXem in cui lavorano ricercatori capaci di collegare col wi-fi il monte Rosa al monte Cimone (in provincia di Modena) e di creare connessioni senza fili nella foresta amazzonica ecuadoriana o in Darfur per diminuire il digital divide e migliorare le condizioni di vita integrando i servizi educativi e sanitari.

 

Con beni di fortuna a disposizione del laboratorio, Trinchero e i collaboratori realizzano una capsula dalla forma ovoidale, come un pallone da rugby, ma più piccola. Dieci centimetri di diametro, tredici di lunghezza su cui sono montati un idrofono (il tipo di microfono usato per registrare i versi dei cetacei), un dispositivo di codifica e un’antenna. Il tutto chiuso ermeticamente per evitare danni alle apparecchiature e per evitare che parti della Watermole inquinino l’acqua.

 

Poi il dispositivo può navigare tranquillamente nella rete, lasciandosi trasportare dalla pressione. Certo, con queste dimensioni Watermole funziona solo per le tubature e condotte più grosse, ma per migliorare il progetto ci vogliono tempo e denaro: “Dovevamo miniaturizzarla e perfezionare la nostra ricerca. Avevamo bisogno di finanziatori”. Trinchero si è rivolto a enti regionali, fondazioni bancarie e a un fondo nazionale per la ricerca: “Ma spesso ricevevamo la stessa risposta. ‘L’acqua persa torna da dove è venuta — ci dicevano — quindi non va veramente persa’. Peccato che per ottenerla devo desalinizzarla, depurarla, pomparla, sprecando energia elettrica”. Uno sforzo inutile. Uno spreco doppio, ma a nessuno interessa; e i finanziamenti per la ricerca non arrivano.

 

La chance, a sorpresa, arriva da lontano, dal Qatar. “Laggiù scavano e trovano petrolio, mentre l’acqua è più rara e difficile da trovare”, spiega Trinchero. Non sono solo le caratteristiche del territorio a essere diverse, ma anche la disponibilità di denaro per la ricerca. Dal 2006, anno della sua creazione, il Qatar National Research Fund (QNRF) riceve il 2,8% del pil, mentre in Italia lo Stato stanzia circa l’1,2% del pil per la ricerca. E nell’emirato ogni anno esce un bando per sostenere i progetti innovativi.

 

Per il gruppo di ricerca si era finalmente aperta una possibilità. Prima però, una dura selezione. Tra 470 gruppi che propongono progetti da finanziare, gli arabi — dopo quattro mesi di valutazione — ne scelgono 70, tra questi quello dell’iXem Lab di Trinchero. Nel maggio 2009 il fondo approva un progetto di tre anni con un milione di euro di budget. “È stato un riconoscimento internazionale della qualità del nostro lavoro”, dice il professore.

 

La storia, a questo punto, cambia radicalmente: “Ci siamo messi a lavorare e ho avuto la possibilità di reclutare dei giovani ingegneri”. Il suo team ora è composto da otto persone, tra cui c’è Riccardo Stefanelli, 29 anni, un“post-doc”cheseguel’attività dell’iXem Lab dalla nascita, quando ancora era alla laurea triennale. Poi ci sono un dottorando e altri due giovani tesisti che lavorano solo sulla Watermole. In Qatar altri ricercatori sono impegnati nell’attività sempre sotto il coordinamento di Trinchero, che per questo è spesso in trasferta.

 

Il progetto entrerà nel vivo nei prossimi mesi e dovrebbe concludersi nel 2012. L’obiettivo è arrivare a un dispositivo in uso su larga scala così che ci sia un’effettiva utilità sociale della sua invenzione. “Ho sempre cercato di realizzare progetti utili alla società — spiega Trinchero — e magari anche per la campagna, dove spesso c’è disagio e la gente deve fare uno sforzo di volontà per rimanere”.

 

La Watermole, in fondo, è nata proprio dall’attaccamento di questo professore al territorio, a Verrua Savoia, paese d’origine in cui abita ancora e in cui sono nate molte delle idee realizzate nel corso degli anni: “Anche lì, e non solo in mezzo alla foresta amazzonica, c’è bisogno di tecnologia”, aggiunge. “Forse quest’invenzione non avrà un valore sociale diretto nella vita delle persone — dice pensando ai progetti realizzati in Africa e in Sudamerica sfruttando le potenzialità del wi-fi — ma magari in maniera indiretta sì”, continua riferendosi a un servizio idrico più efficiente, ai minori costi di manutenzione delle reti di cui la bolletta potrebbe risentire, alla fine del razionamento dell’acqua nelle calde e secche estati siciliane.

 

Entro quest’estate inizieranno i veri e propri banchi di prova. Dalle tubature montate sul tetto del Politecnico di Torino si passerà alla sperimentazione negli acquedotti piemontesi. La smat di Torino e l’Acquedotto del Monferrato vorrebbero sfruttare il dispositivo per delle prove, mentre alcune aziende del ramo della manutenzione hanno contattato Trinchero per vedere la sua invenzione. Però in Italia non sarà facile diffonderla:“Il Qatar l’ha brevettata— conclude il professore — Loro ci hanno creduto, l’hanno finanziata e hanno la precedenza”.

 

Questo articolo di Andrea Giambartolomei è uscito sul numero 2 di ITALIC.

 

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