Saluggia, Trino e l’eredità atomica

Saluggia, Trino e l’eredità atomica

Si moltiplicano le indagini epidemiologiche nei luoghi del nucleare italiano. Servono davvero? (da ITALIC di maggio)

13 agosto 2011

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Durante l’estate ITALICnews vi ripropone alcuni articoli usciti sui primi numeri del nostro mensile

 

Saluggia, piccolo borgo in provincia di Vercelli. Poco più di 4000 abitanti e il 70% dei rifiuti radioattivi d’Italia. Un tecnico dell’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente, raccoglie una zolla di terra da analizzare appena fuori dal deposito di scorie Avogadro. Un gesto che si ripete periodicamente dai primi anni Novanta, quando il Piemonte istituì il Centro regionale Radiazioni Ionizzanti. Le stesse analisi riguardano l’acqua, l’aria e il fallout, la ricaduta atmosferica sul terreno. Sono controlli accurati, perché qui la falda acquifera superficiale è contaminata.

 

Siamo nel bel mezzo del “nucleare reale”, come lo definisce Giampiero Godio di Legambiente. Sono siti vecchi e pericolosi a pochi metri dalla Dora Baltea, affluente del Po. Da un lato, l’impianto Eurex-Sogin all’interno del Centro ricerche dell’Enea: è spento, ma in speciali cisterne contiene quasi tutti i rifiuti liquidi radioattivi d’Italia.

 

Dall’altro, il complesso Sorin, un’industria di farmaci, e il deposito Avogadro, che custodisce 163 barre di materiale nucleare irraggiato. Il combustibile esausto sarà spedito in Francia per il riprocessamento. I francesi si terranno il plutonio che sarà recuperato, in Italia torneranno le barre vetrificate e messe in sicurezza.

 

Intanto, questi impianti hanno inquinato la zona. Già nel 1994, durante l’alluvione, la Dora è uscita dagli argini ed è entrata dentro al complesso Sorin-Avogadro, portando fuori polveri radioattive che ancora oggi lasciano tracce di cobalto 60 nel terreno. Poi c’è lo stronzio 90, che arriva dal deposito Avogadro e inquina l’acqua di un pozzo più a valle.

 

“Non c’è nessun pericolo per la popolazione — assicura Laura Porzio, responsabile del Monitoraggio e Controllo dei Siti Nucleari dell’Arpa — perché quell’acqua, già contaminata da pesticidi agricoli, non viene usata da nessuno. E il vicino acquedotto del Monferrato pompa da una falda più profonda e assolutamente pulita”. Le quantità delle sostanze trovate a Saluggia sono così basse da non essere pericolose per chi è potenzialmente esposto né per chi mangia gli ortaggi dei campi coltivati lungo la Dora, a valle dei siti nucleari. “Certo — dice Porzio — non è comunque normale che l’acqua fuori da questi depositi sia inquinata”.

 

Questo a Saluggia, che nonostante i problemi non preoccupa gli uomini dell’Arpa. I tecnici sono ancora più tranquilli sulla situazione della Centrale elettronucleare Enrico Fermi di Trino, a trenta chilometri da Saluggia. Anche lì si effettuano rilevazioni periodiche ma non è mai stato riscontrato alcun elemento critico. Nemmeno durante le alluvioni (nel 1994 e nel 2000) ci sono stati problemi: la centrale, che sta su un punto sopraelevato, è stato l’unico punto della città a non allagarsi.

 

Eppure il sindaco Marco Felisati ha espresso soddisfazione quando a marzo c’è stato il primo incontro di un nuovo tavolo tecnico fra governo (ministeri di Sanità, Interni e Ambiente) e comuni che ospitano siti nucleari. Verranno stanziati circa centomila euro per una nuova indagine epidemiologica che verifichi gli eventuali effetti dell’atomo sulla popolazione. “Finalmente i cittadini sapranno”, ha detto Felisati, intervistato da Italic.

 

Ma visti tutti i controlli che regolarmente vengono fatti, ha davvero senso una nuova indagine? “Ormai è una moda” dice Porzio. “Quelli di Saluggia e Trino sono impianti spenti da tempo: è difficile stabilire oggi una relazione tra possibile contaminazione e malattia”.

 

Le fa eco Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Istituto per la ricerca sul cancro (ist) di Genova: “Certe misurazioni andrebbero fatte d’ufficio, con una mappatura sistematica degli effetti dell’inquinamento cui siamo esposti. Il fatto che vengano pianificate ad hoc un po’ mi inquieta”. Eppure, spiega l’epidemiologo, un’indagine di questo tipo sarebbe semplice e praticamente a costo zero: “Basterebbe incrociare i dati dei residenti vicino ai siti nucleari con i dati su malattie e mortalità. Sono informazioni che l’azienda sanitaria pubblica possiede già. È ora di iniziare a usarle per la salute dei cittadini”.

 

Il tema della consapevolezza delle persone appassiona Gennaro: “Per queste indagini le cose più importanti sono indipendenza, trasparenza e coinvolgimento della popolazione. Invece spesso si persegue un effetto tranquillizzante senza troppe basi scientifiche, né rendere accessibili ai cittadini i dati raccolti. E questo crea esattamente l’effetto contrario”.

 

Sulla validità di certe indagini interviene anche Godio di Legambiente. “I comuni cercano un alibi con analisi che calmino l’allarme e le domande della gente. Purtroppo, come per il Giappone, col nucleare tutto va bene finché qualcosa non va storto”.

 

Di nuovo a Saluggia. Cinque persone rispondono a qualche domanda su come sia vivere a contatto con la quasi totalità dei rifiuti nucleari italiani. La prima è una barista, due lavorano per ditte che fanno manutenzione negli impianti nucleari, gli altri sono dipendenti della Sorin. Il nucleare dà ancora lavoro a molte persone della zona. “Dopo tanto tempo ci si abitua — dicono i tecnici Sorin — ormai è una consuetudine. A lavoro abbiamo le barre radioattive lì a due passi. Vediamo i controlli, le precauzioni, sappiamo dei progetti di allontanamento del combustibile. E che facciamo? Ci fidiamo. Per forza, che altro possiamo fare?”.

 

Questo articolo di Matteo Acmè è uscito sul numero 2 di ITALIC.

Foto: Pepe Fotografia

 

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