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Che cos’è il Ftse Mib, acronimo misterioso nato da una fusione. (da ITALIC di giugno)

20 agosto 2011

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Durante l’estate ITALICnews vi ripropone alcuni articoli usciti sui primi numeri del nostro mensile

 

Ogni giorno sono al centro delle cronache: le loro oscillazioni misurano la febbre di mercati, imprese e risparmiatori.

 

Le borse, i loro indici, i volumi degli scambi, i prezzi delle azioni quotate — oggi in risalita rispetto ai minimi toccati il 15 settembre del 2008, giorno della bancarotta di Lehman Brothers — e la loro volatilità sono la lettura quotidiana dell’uomo moderno. Ma rispetto a vent’anni fa, quando gli scambi erano ancora regolati dalle “grida” e si svolgevano fisicamente in grandi sale affollate e rumorose, le borse mondiali si sono trasformate. Il mondo mitico degli agenti di cambio non esiste più da quando i listini sono diventati telematici e le diverse società che gesti- scono i mercati sono spazzate da rapide ondate di novità. Da Oriente a Occidente, la tendenza dei listini è fondersi: nel mondo della grande finanza non c’è più spazio (e mercato) per tutti.

 

Il grande gioco delle aggregazioni è iniziato proprio in Italia, prima ancora della crisi, con la fusione nel 2007 tra Borsa Italiana e il London Stock Exchange, uno dei più antichi mercati di scambio del mondo, le cui origini risalgono al lontano 1773. Dalla fusione, perseguita a lungo da Borsa Italiana per uscire dalle acque stagnanti di un mercato troppo piccolo, sono nati i nuovi indici milanesi, introdotti nel 2009 dalla società britannica che ha creato e gestisce gli indici di Londra, il Ftse Group, in origine acronimo di Financial Times Stock Exchange e chiamato affetuosamente dagli inglesi footsie (che vuol dire anche “fare piedino”). Ora l’indice principale di Borsa Italiana, che include le 40 maggiori società quotate a Piazza Affari e rappresenta l’80% della capitalizzazione del nostro mercato azionario, si chiama Ftse Mib, anche se i due mercati continuano a rimanere distinti.

 

A cinque anni di distanza, la fusione non ha fatto le faville che ci si aspettava. La scommessa era attirare flussi di investimenti dalla principale piattaforma europea verso le nostre imprese. Invece non è stato così, anche per una resistenza culturale profonda delle imprese italiane nei confronti della Borsa, che c’è sempre stata e probabilmente resterà tale finché il nostro sistema indu- striale sarà così frammentato. Per quotarsi in Borsa bisogna mettere in piazza i propri bilanci, ma l’imprenditore italiano è restio a questa trasparenza: vuole gestire gli affari in famiglia.

 

Un sistema “bancocentrico” è il frutto di questa predisposizione. Piuttosto che finanziarsi offrendo azioni al pubblico, le imprese preferiscono chiedere soldi alle banche o emettere bond, cioè titoli di debito, da rimborsare nel tempo. I problemi di Borsa Italiana non nascono dalla mancanza di offerta di servizi finanziari, ma da una carenza di domanda. Dal prima al dopo, quindi, non è cambiato nulla.

 

Nel resto del mondo, intanto, l’ondata di fusioni continua. In febbraio c’è stato il blitz di Deutsche Börse sul colosso americano nyse Euronext, a sua volta figlio dell’unione tra New York e il circuito telematico parigino: una proposta di fusione — ora affiancata da quella del Nasdaq — che scardina tutti gli equilibri di mercato, con la storica Wall Street che sta per perdere la sua autonomia a favore dei rivali tedeschi. Oltre sessant’anni dopo la caduta di Hitler, la Germania si prende la rivincita. Ma la prospettiva del primato di più grande Borsa al mondo è durata poco: a stretto giro è arrivata la risposta dei concorrenti. London Stock Exchange ha annunciato il matrimonio con Tmx, la Borsa di Toronto. Dall’unione nascerà il primo mercato internazionale per numero di società quotate (oltre 6.700) e il mercato principale per la negoziazione di risorse naturali, materie prime, minerarie ed energetiche.

 

La febbre di alleanze ha contagiato anche i mercati emergenti. La Borsa di Shanghai e quella di San Paolo del Brasile vogliono consentire in un prossimo futuro lo scambio di titoli tra le due piazze. Non è ancora una fusione, ma la mossa apre nuove opportunità alle società quotate sui due listini. L’eco è infine arrivata anche in Giappone: le due borse rivali, Tokyo e Osaka, oggi sono pronte a unirsi.

 

Questo articolo di  Elena Comelli è uscito sul numero 3 di ITALIC.

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