L’architettura, le post-metropoli e il disegno urbano

L’architettura, le post-metropoli e il disegno urbano

Vittorio Gregotti anticipa a ITALICnews il suo intervento di domani al Festival della mente di Sarzana

2 settembre 2011

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La creatività al centro. Che sia letteratura, design, cinema o architettura a Sarzana (La Spezia) per tre giorni pensatori di vari discipline si alterneranno sul palco in più di cinquanta eventi.

 

L’ottava edizione del Festival della mente a Sarzana si apre questa sera dopo la conferenza stampa di presentazione con la partecipazione del sociologo polacco Zygmunt Bauman. Tra gli altri, parteciperanno agli incontri l’attore Giuseppe Battiston con Gianmaria Testa, il filosofo Salvatore Veca, Silvio Orlando, Giuseppe Bertolucci.

 

Domani alle 17.30 sarà invece la volta dell’architetto Vittorio Gregotti che parlerà di “Città, metropoli e disegno urbano”.

 

Presidente della Gregotti associati, professore di Composizione architettonica, visiting professor in prestigiose università internazionali, collaboratore di diversi giornali, Gregotti è convinto che di fronte alla sfida posta dalle città degli anni Duemila, l’architettura debba necessariamente interrogarsi sulla sua funzione nella società.

 

L’architetto ottantatreenne ha anticipato a ITALICnews parte del suo intervento di domani.

 

“Viviamo in un contesto caratterizzato da un’economia basata sul capitalismo finanziario e da una comunicazione sempre più immateriale. In cui cresce il numero delle città, che io chiamo post-metropoli, con più di 15 milioni di abitanti, realtà urbane che pongono seri interrogativi all’architettura.

 

Queste enormi città hanno origini molto diverse. C’è il modello nordamericano di New York, o quello di Mumbai e Shangai che seguono uno stile occidentale. Ci sono città come Il Cairo con uno sviluppo magmatico e difficile da controllare. Oppure megalopoli africane in cui è più estesa e abitata la parte degli slums che quella urbanizzata.

 

Ma negli ultimi decenni qualcosa è cambiato a livello globale. I cittadini vivono in maniera diversa la metropoli, la usano anche se vivono fuori dei suoi confini, per lavorare ma anche per fare acquisti, per divertirsi, per usufruire di determinati servizi, per incontrare le persone.

 

Accanto a questo fenomeno, però, abbiamo assistito a un’evoluzione dell’architettura che ha ignorato il disegno complessivo della città, concentrandosi piuttosto sul singolo progetto quasi fosse soltanto un oggetto di design.

 

Ora, a mio parere, il mondo dell’architettura deve invece porsi il problema: vuole contribuire a controllare, organizzare e magari migliorare lo sviluppo delle post-metropoli o preferisce rinunciare a questo ruolo e accettare il “caos sublime” che ne deriverebbe?

 

Troppo a lungo l’architettura non si è posta in maniera critica nei confronti di questi argomenti.
Forse è arrivato il momento di ragionarci sopra”.

 

Matteo Acmè

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