SUL MENSILE

Una giornata al banco dei pegni.

Una giornata al banco dei pegni.

Tra chi affida gli ultimi gioielli, l'orologio o la pelliccia, si scopre un pubblico variegato

di Angela Cutrera

ITALIC N. 5

Settembre 2011

0

La pulsantiera offre due possibilità: “Stime” e “Rinnovi/Ritiri”. Seguo la procedura dall’inizio e prendo il numero per le stime, che già conta cinque persone in coda. Mentre non c’è nessuna fila agli sportelli dei rinnovi, dove gli impiegati armeggiano tra cartelle e faldoni.

 

È ancora presto, ma il sole comincia già a scaldare i finestroni antiproiettile della filiale Unicredit di credito su pegno di via Carabelli, a Ostia. Una signora anziana e grassa rovista nella grande borsa che si trascina dietro e si volta verso di me cercando comprensione. “È fine mese, c’ho la pigione da pagare, e poi le bollette. Come si fa sennò?”. Annuisco a quella dignitosa resa alla crisi e alla vecchiaia, mentre lei raccoglie in un fazzoletto i piccoli tesori che tra poco consegnerà allo sportello di fronte: una collanina con il crocifisso, un paio di anellini, una spilla di corallo.

 

Una coppia sulla cinquantina sta discutendo con l’addetto alle stime. Lo spesso vetro di separazione non consente di ascoltare le spiegazioni dell’estimatore. Lui esce a fare una telefonata e l’adeguatezza dell’offerta dipende da quella chiamata, perché poco dopo l’uomo torna, l’impiegato infila i gioielli in una bustina trasparente e l’affare si chiude. Quando è il suo turno, grande delusione della signora anziana che esclama stupita: “Ma è corallo! Non lo valutate il corallo?”. In questa filiale le valutazioni riguardano solo i gioielli in oro. Niente orologi (“troppe falsificazioni”, mi dirà l’impiegato), pietre preziose solo se diamanti, rubini o smeraldi, che un gemmologo provvede a stimare. Tutto il resto finisce nel calderone generico della pesatura. In sede centrale invece, al Monte di Pietà, dove hanno i depositi blindati, si accettano anche argento e pellicce.

 

Arrivano le persone che rinnovano i pegni. C’è il tipo distinto in giacca e cravatta, il ragazzo palestrato e abbronzato, la signora di mezza età ancora piacente. Insomma, non solo vecchietti, disoccupati e immigrati. Ma anche tanto ceto medio, con gli impiegati a reddito fisso – che è fisso anche nel senso che non può crescere, al contrario del costo della vita.

 

Alcuni devono essere frequentatori abituali, parlottano e scherzano con gli impiegati. Entra un uomo con lo sguardo disperato che chiede di parlare con il direttore. Che in realtà è una direttrice, e lo fa accomodare in una specie di sgabuzzino talmente piccolo che tutti possiamo sentire pezzi di conversazione in un forte accento romanesco: racconti smozzicati di lavori non pagati e di creditori alle porte. Un tempo si potevano impegnare anche quadri, tappeti, servizi di piatti, corredi di biancheria. Come inLadri di biciclette, o come il “paltò di Napoleone” di Totò in Miseria e nobiltà.

 

Il valutatore pesa i gioielli, confronta i dati con un tabellario, sottrae interessi e altre spese e poi riferisce l’importo finale, pagato in contanti. Quando finalmente è il mio turno, chiedo all’impiegato fino a che importo si può erogare. Non c’è un limite, a lui è capitato di versare fino quasi a ventimila euro pronto cassa. In questa filiale mediamente non si superano i mille euro, ma in sede centrale si trattano importi superiori. Chiedo di poter valutare il mio orologio, ma per questo genere di pegni la filiale non è autorizzata. Qui in periferia, le bollette, le spese per il funerale della mamma, le riparazioni degli autocarri (“io ce devo lavorà, come faccio?”) si pagano con i piccoli tesori casalinghi. Quelli che poi finiscono nell’elenco degli oggetti in esposizione, disponibile su Internet: “bracciale 2 ciondoli oro vetri perle di fiume imperfezioni – base d’asta 170 euro”; “2 orecchini in oro con brillanti, smeraldi lievi imperfezioni – base d’asta 1100 euro”. Forse erano pegni d’amore. Ora sono pegni perduti.

 

Nel film L’uomo del banco dei pegni, l’ebreo Rod Steiger nasconde il suo trauma di deportato nei lager dietro una maschera di rancore verso l’umanità, e si rivale sui poveracci che si rivolgono al suo banco, taglieggiati e offesi. Ma quello era un altro mondo. Oggi l’uomo del banco dei pegni è solidale e se ostenta indifferenza è solo perché sa, in cuor suo, che dall’altra parte del vetro un giorno o l’altro potrebbe esserci anche lui.

Privacy Autorizzo al trattamento dei dati personali ai sensi dell'art.13 del D.Lgs. 196/2003.
I dati saranno utilizzati per dare corso alla richiesta di abbonamento e non saranno ceduti a terzi. Leggi le note legali

* I campi contrassegnati da asterisco sono obbligatori

NOTA Per evitare messaggi inopportuni e spam, il commento non sarà immediatamente visualizzato.
La redazione provvederà a pubblicare i commenti al più presto, mentre i messaggi diffamatori, offensivi, razzisti e sessisti saranno eliminati.