Come progettare un buon Parco Olimpico

Come progettare un buon Parco Olimpico

Il centro sportivo per Rio 2016 e l'eredità dei grandi eventi secondo Benedetto Camerana. Più un commento sulla situazione in Italia.

5 settembre 2011

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Estate 2016. Migliaia di atleti, giornalisti e spettatori si riuniranno per i Giochi sulla laguna di Rio De Janeiro seguendo le curve della Via olimpica – un grande viale ondulato – tra le strutture di un grande centro ispirato alle forme della foresta pluviale.

Questi almeno sono i piani, ma forse il rimando alla foresta è soltanto un simbolo, se non “un’impostura”, come dice a ITALICnews Benedetto Camerana, l’architetto che nel 2006 ha disegnato il villaggio olimpico dei Giochi invernali.

 

A cinque anni dall’evento il comitato organizzatore di Rio 2016 ha presentato a fine agosto il progetto per il Parco Olimpico, risultato di un concorso internazionale. È un solo villaggio unitario, di un milione di mq, che concentra su uno dei laghi cittadini gli impianti sportivi per 10 discipline, residenze per atleti e giornalisti, oltre al centro stampa. Il piano generale è firmato dal colosso globale della Aecom, già responsabile del parco sportivo per le prossime Olimpiadi a Londra.

 

“L’idea forte del progetto è la Via olimpica, che riprende la storica passeggiata a onde pensata da Burle Marx per Copacabana”, spiega Camerana, a cui chiediamo un giudizio sul masterplan in attesa dei singoli progetti. Il largo viale centrale farà da passerella tra i vari stadi sul lungolago verde, guidando l’accesso dei circa 200mila spettatori al giorno. Gli atleti seguiranno altri percorsi, pensati per ridurre i tempi di spostamento.

Proprio l’efficienza logistica è a detta dell’Istituto brasiliano d’architettura uno dei fattori premiati dal comitato, insieme ad almeno due altri propositi del progetto: la salvaguardia ambientale e l’eredità da lasciare alla città. “È sul ‘post-olimpico’ che la Aecom ha vinto – dice Camerana – con la capacità di guardare avanti”.

 

Pensare allo stesso tempo all’evento e agli anni successivi – in questo caso facendo di necessità olimpiche virtù per la città – è la sfida di chi progetta strutture per grandi eventi. “Programmare un’eredità significa capire da subito chi occuperà in seguito gli spazi, in modo da potere concordare con i futuri gestori alcune caratteristiche degli interventi”, spiega Camerana.

Se il rischio – pur ridotto per grandi metropoli rispetto a realtà minori – è creare grossi contenitori vuoti, la proposta elaborata da Aecom per il 2030 è sostituire gran parte del Parco con nuovo quartiere residenziale.

 

Anche per questo Camerana è scettico sull’idea di naturalità. “Si tratta solamente di un simbolo, di una proposta per fare colpo, perché un centro per ventimila abitanti ha poco in comune a una foresta”, dice. “L’unica alternativa sarebbe adottare uno stile molto forzato, come a Pechino nel 2008, ma non ho visto veri progetti d’architettura verde“. Alla fine si tratterà comunque di stadi, palazzi e centri commerciali, commenta.

 

La Aecom, gigante quotato in borsa, si è così aggiudicata la progettazione del parco olimpico per i secondi Giochi consecutivi. Di fronte a concorrenti del genere – nel 2011 Fortune lo ha stimato tra le 400 migliori aziende Usa – la competizione in gare simili si fa complessa anche per i maggiori studi italiani. Le trasferte hanno costi importanti, le possibilità di vincita limitate. Ma secondo Benedetto Camerana i problemi sono soprattutto interni.

 

Competere con realtà in cui la qualità è premiata – dice l’architetto – è difficile in un mercato italiano penalizzante a livello economico, che in innovazione e ricerca paga lo sforzo di alcune regole”. Si riferisce a una delle norme del Decreto Bersani, che permette sconti sui tariffari e promuove quindi proposte al ribasso, e alle gare per concorso di idee. “Con bandi del genere, dove tra tanti partecipanti solo i pochi premiati possono ripagare le spese di progettazione, molti studi faticano a guadagnare e ad affermare le proprie idee, anche le realtà con maggiore entusiasmo”.

 

Edoardo Bergamin

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