Television is not dead

Television is not dead

A indagare sul futuro della televisione italiana arriva Stanno uccidendo la tv, il nuovo saggio di Vanni Codeluppi.

16 settembre 2011

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Hanno ammazzato la tv, la tv è viva.

 

A interrogarsi sullo stato di salute della televisione in Italia arriva Stanno uccidendo la tv, il nuovo saggio di Vanni Codeluppi, professore di Sociologia dei consumi e Comunicazione pubblicitaria a Modena e già autore di tanti saggi e manuali. “Oggi gode di una pessima immagine, si pensa che il futuro sia nella Rete – spiega a ITALICnews – ma la televisione è un mezzo che ha ancora grandi possibilità, e che il pubblico continua a seguire”.

 

In fondo, tutti guardano ancora la tv, e gli investimenti pubblicitari – secondo il professore sono il 70-80% del totale – lo dimostrano. A contribuire a una “reputazione da ex” sono però tanti fattori (dal mezzo, al modo di gestirlo, al contenuto dei programmi), che il libro edito da Bollati Boringhieri ripercorre, a partire dalla storia.

 

“Negli anni la qualità dell’offerta si è abbassata. Al pubblico non è rimasto che cercarla altrove, anche pagando. Per questo più che in crisi la televisione è cambiata: l’offerta si è frammentata, le reti generaliste hanno perso spettatori a favore dei canali digitali specializzati”.

 

È una questione di linguaggio?


“Dopo la paleotelevisione e la neotelevisione teorizzate da Umberto Eco oggi stiamo entrando nella ‘transtelevisione’, come l’ho già chiamata in passato. Nella transtelevisione cadono gli steccati interni tra i generi e ogni distanza con la gente. Tutto è reality e il pubblico è protagonista. È un modello che ancora funziona se costruito bene, ma oggi il pubblico vuole anche qualcosa di diverso, vuole più ‘realtà vera’”.

 

Uno scollamento dal reale proprio dopo gli anni d’oro della tv realtà, quindi.


“I vecchi reality show hanno stancato, ma il loro è ancora il modello. La tv deve trovare un linguaggio nuovo, deve aiutare chi guarda a capire quanto accade ogni giorno, la crisi ad esempio. Non è un caso che la divulgazione in tv, come i programmi di Piero Angela, faccia comunque buoni ascolti. La tv può recuperare parte dello spirito pedagogico degli inizi”.

 

È cambiato anche il panorama dei media, però. Oltre al linguaggio può esserci un problema di fruizione?


“Di sicuro c’è una visione più distratta. C’è chi guarda la tv e insieme sta su Facebook per commentare in diretta. Il fatto che in tanti continuino a guardare i programmi tv non smentisce che per il pubblico sia ormai un mezzo sorpassato”.

 

Non è così?

 

“In realtà ha ancora grandi possibilità: Internet già sfrutta i prodotti della tv (su YouTube, ad esempio) e presto i due si uniranno, ma i contenuti rimarranno quelli. La questione sono appunto i contenuti, il loro genere e la qualità”.

 

Dopo una ricostruzione storica e una rassegna sugli studi sul media il libro affronta la tesi principale.


“Sì, cerco di mostrare che il mezzo ha ancora potenzialità, ma che ne è stata privata dal modo in cui l’hanno gestita negli ultimi anni”.

 

Chi ha la responsabilità?


“Essendo un mezzo potente, con capacità di influenza, la politica ha cercato di controllarlo per creare consenso. Prima le reti erano spartite per correnti, ora chi vince le elezioni prende tutto. Il controllo eccessivo ha avuto però un effetto boomerang: la fine della competizione interna, l’omogeneità dell’offerta hanno ucciso il mezzo e la gente è scappata da un’altra parte”.

 

Cosa può fare chi lavora nella tv, allora?


“Puntare sulla qualità. Gli spazi dipendono da chi li controlla, ma in tv c’è ancora la possibilità di fare cose importanti, come dare al pubblico chiavi di lettura della realtà e proporre un’evasione non solo superficiale. La fiction di qualità, i grandi eventi, l’aggiornamento culturale sono alcuni esempi. Esistono grandi aspettative per una rinascita della televisione”.

 

 

Edoardo Bergamin

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