Agenzie di rating, ci fidiamo?

Agenzie di rating, ci fidiamo?

Scrivono le pagelle ai titoli di aziende e soggetti pubblici. E ne determinano successi e fallimenti. Ma spesso sbagliano (da ITALIC di maggio)

20 settembre 2011

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Standard & Poor’s declassa il rating dell’Italia. Ma come funzionano le agenzie di rating? Riproponiamo un articolo di Elena Comelli uscito su ITALIC di maggio

 

La crisi dei mutui che è alla radice delle turbolenze economiche di questi anni viene da più parti imputata anche a loro: le agenzie di rating. Dovrebbero essere il giudice imparziale, cui i risparmiatori si rivolgono per sapere quanto è rischioso un titolo. Ma non hanno dato l’allarme in tempo per difendersi dai titoli tossici. Per questa ragione i tre colossi Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch sono ormai da anni sotto tiro.

 

Il loro ruolo è fondamentale per il buon funzionamento dei mercati. In base ai voti che assegnano un titolo viene inserito in una classe di rischio e in questo modo gli viene attribuito un premio maggiore o minore rispetto ad altri investimenti analoghi. Un declassamento del rating di aziende o soggetti pubblici (Stati, Regioni) ha la conseguenza a breve termine di provocare un rialzo degli interessi applicati ai prestiti in corso e quindi un aumento degli oneri finanziari per questi soggetti. È quello che sta accadendo in questi mesi con la crisi dei debiti sovrani, prima in Grecia, poi in Irlanda e adesso in Portogallo.
Il problema è: le analisi costano. Chi le paga? Gli stessi analizzati. Il rating è un servizio a pagamento. Quando una società o uno Stato vogliono il voto dell’agenzia (e senza il voto non si va sul mercato), vanno e se lo comprano. Il processo è rigoroso: prima l’analista esamina i bilanci, poi studia i dati fondamentali e incontra i manager. Qui entra in azione un comitato che in base al materiale raccolto dovrà giudicare l’affidabilità creditizia della società: il rating viene votato a maggioranza dal comitato, formato da esperti del settore in cui opera la società sotto esame.

 

È chiaro che l’emittente ha tutto l’interesse a ottenere un buon voto e a comprare il rating più alto che trova. Le agenzie sono quindi in competizione al rialzo: che tendano talvolta a peccare di ottimismo pur di acchiappare un cliente? Qui viene al pettine il nodo del conflitto d’interessi, stranoto ma molto difficile da sciogliere. Una soluzione radicale consisterebbe nello spezzare il legame finanziario che esiste fra l’emittente e le agenzie di rating. Ma in questo caso non si capisce come le agenzie dovrebbero finanziarsi.

 

A questa domanda finora non ha risposto nessuno, né le varie inchieste aperte dalla Commissione europea o dal Congresso americano, né i critici che parlano di “dittatura degli analisti”. Ci sono state alcune proposte, come l’idea di agganciare la remunerazione delle agenzie ai risultati dei titoli che giudicano. Ma il rating viene dato oggi, mentre i risultati del titolo votato li vedremo domani o dopodomani: non si può aspettare di scoprire se le agenzie hanno ragione prima di pagarle, altrimenti fallirebbero.

 

Vero è che un rating nell’ambito investment grade (cioè fra tripla B e tripla A per Standard & Poor’s e Fitch, fra Baa3 e Aaa per Moody’s) ci suggerisce che quel titolo probabilmente non andrà in bancarotta. Ma siccome il futuro è imprevedibile, è normale che ogni tanto qualcosa vada storto. Dovrebbe succedere raramente, però, altrimenti tutte le costose analisi non servono a nulla. Sfortunatamente, negli ultimi anni è successo molto spesso. Ma le agenzie di rating non sono le uniche a essersi sbagliate sulla solvibilità dei titoli tossici.

 

L’intero schieramento degli economisti mondiali, tranne qualche rara eccezione come Nouriel Roubini, si è dimostrato incapace di prevedere la crisi dei mutui. Chi li accusa di attestare troppo spesso la solvibilità di titoli che poi vanno in default e fanno bancarotta, dovrebbe tenerne conto.

 

Resta il fatto che affidarsi a occhi chiusi alle sentenze di questi giudici si è dimostrato più volte azzardato. Fitch, ad esempio, ha abbassato il rating di Lehman Brothers da A+ (investment grade) a D (insolvente) il 15 settembre 2008, cioè il giorno stesso del suo fallimento, quando gli investitori non potevano ormai fare più nulla. Alcuni dei titoli più tossici sul mercato sono rimasti targati tripla A fino all’ultimo, come fossero inaffondabili quanto un buono del tesoro americano (Treasury). La differenza fra un Treasury e un titolo di questo tipo ora è chiara a tutti. Le agenzie avrebbero dovuto renderla chiara da prima. Di qui a trovare una bussola migliore per orientarsi nel mare in tempesta dei mercati finanziari, però, ce ne corre. Non resta altro, per gli investitori, che prendere i rating con le molle.

 

Questo articolo di Elena Comelli è uscito sul numero 2 di ITALIC.

 

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