Il mondo impuro dell’editoria

Il mondo impuro dell’editoria

Internet può regalare maggiore indipendenza ai giornalisti italiani?

23 settembre 2011

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È possibile un giornalismo indipendente nell’era di Internet? Persino nei paesi del mondo anglosassone, dove il giornalismo è nato e le sue regole sono state codificate, questo problema sembra irrisolto. La crisi dell’impero di Murdoch ha mostrato che i legami incestuosi tra giornalisti e il potere politico-economico sono ben radicati e profondi. Non c’è da stupirsi se la fiducia in entrambe le istituzioni, i giornali e la politica, stia andando a picco in tutto il mondo.

 

In Italia molti incolpano di tutti i mali il potere mediatico di Silvio Berlusconi e i suoi conflitti di interesse. Ma oltre a quella berlusconiana ci sono almeno un paio di altre anomalie plateali nel mondo dell’informazione del nostro paese. La prima è costituita dal servizio pubblico, una Rai trasformata in un feudo dei partiti dove l’indipendenza dei giornalisti è una parola vuota. La seconda è l’assenza di editori puri nella carta stampata, con alcune residuali eccezioni a livello locale. E siccome ognuno si adatta all’habitat che frequenta, la maggioranza degli italiani considera normale un’informazione quasi sempre partigiana, priva di indipendenza intellettuale, avvelenata dai conflitti di interesse.

 

Non è stato sempre così. C’è stata un’epoca in cui gli editori puri esistevano. Si chiamavano Crespi, Rusconi, Rizzoli, Mondadori, Perrone, Caracciolo, Scalfari. Alcuni di loro – Rizzoli e Mondadori – furono costretti a vendere aziende ormai decotte. I Perrone decisero di vendere il gioiello di famiglia, il Messaggero, conservando come baluardo il Secolo XIX di Genova, che oggi sta attraversando una grave crisi. Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari cedettero alle lusinghe di Carlo De Benedetti per ottenere i capitali necessari per far crescere l’Editoriale L’Espresso, o forse per monetizzare il loro grande successo. La resa senza condizioni di un’intera generazione di editori puri è stata facilitata da un mondo politico da sempre poco interessato a un giornalismo libero e indipendente.

 

Il risultato è un’editoria dove i conflitti di interesse sono la regola. La proprietà del Corriere della Sera è frammentata tra una molteplicità di proprietari che rappresentano diverse banche, istituti finanziari, assicurazioni e una varietà di comparti industriali. La Repubblica, L’Espresso e una rete di quotidiani locali sono controllati dal Gruppo Cir della famiglia De Benedetti, che ha importanti interessi nel mondo finanziario, nel business dell’energia, nella sanità e nella componentistica per auto. La Stampa appartiene alla famiglia Agnelli, la cui Fiat è il primo gruppo industriale del paese e gigante dell’auto. Il Messaggero è proprietà del costruttore Gaetano Caltagirone. Il Giornale appartiene alla famiglia Berlusconi, e così via.

 

In questo panorama la parola indipendenza è un paradosso. Come può essere indipendente un giornale il cui proprietario ha i propri interessi principali fuori dal mondo editoriale? Discutere se esiste l’indipendenza è come discettare sull’oggettività del giornalismo. Esiste il giornalismo obiettivo? Certo che no, dice chi sceglie la partigianeria come metodo di lavoro, e in stretta teoria ha ragione: le scelte di un giornalista dipendono comunque dalla sua cultura e dal suo modo di vedere il mondo. Ma altri replicheranno: forse l’obiettività non esiste, ma è una meta cui il buon giornalista deve cercare di avvicinarsi il più possibile.

 

Lo stesso discorso vale per l’indipendenza dai giornali. Alessandro Sallusti e Nicola Porro, rispettivamente direttore e vicedirettore del Giornale, vengono quasi quotidianamente chiamati in televisione, nei talk show e nei tg di tutte le reti, per svolgere il ruolo di difensori di Silvio Berlusconi. E nessun conduttore ricorda, come sarebbe normale in altri paesi, che questi giornalisti prendono lo stipendio dalla persona di cui assumono la difesa. Mario Giordano, che negli ultimi dieci anni ha diretto Studio Aperto, il Giornale e Mediaset News, svolge volentieri la stessa funzione di scudiero del padrone. Negli Stati Uniti se un giornalista ha avuto anche un lontano legame con un’azienda o una persona citata in un articolo, è obbligato ad aprire una parentesi per segnalare il proprio (piccolo o grande) conflitto di interessi con una formula di rito: full disclosure.

 

Persino Ferruccio de Bortoli, giornalista di grande valore e attuale direttore del Corriere della Sera, è noto per le telefonate in cui chiede cautela ai suoi opinionisti per non urtare la suscettibilità dei troppi azionisti del giornale: la sua direzione è uno slalom di diplomazia.

 

La dipendenza dei giornali dai centri di potere è la ragione principale della scarsa attenzione che l’Italia dedica alla crisi della carta stampata. Le difficoltà economiche dei quotidiani non sono considerate un problema della democrazia, ma un affare che riguarda alcuni uomini di potere.

 

La crisi della carta stampata accentua la possibilità che i giornali siano ricattati. Da una parte diminuiscono le risorse per mettere in piedi inchieste, raccogliere notizie, formare nuove professionalità, dall’altra si accentua il bisogno di avere padroni protettori.

 

È possibile immaginare un futuro diverso con il moltiplicarsi delle iniziative sul web? Naturalmente sì, ma è meglio non nutrire eccessive illusioni. Le esperienze che stanno sorgendo in Italia sono ancora piccole e immature. Questa arretratezza è da una parte il segno di un ritardo nella diffusione della rete (solo la metà degli italiani la frequenta, uno dei dati peggiori d’Europa). Dall’altra, della mancanza di una società civile capace di esprimere una rete di piccoli e medi imprenditori disposti a rischiare qualcosa per creare piccole ma significative esperienze di libertà di stampa sul web.

 

Qualcosa si sta muovendo. All’inizio di quest’anno il sito Linkiesta è nato per iniziativa di un gruppo di settanta professionisti e piccoli imprenditori milanesi che hanno deciso di investire 20-30mila euro a testa per dare avvio a un giornale di approfondimento sui temi della politica, dell’economia e della finanza.

 

All’inizio il modello di business prevedeva di raggiungere il pareggio (per pagare lo stipendio a una decina di giornalisti a tempo pieno) grazie a un abbonamento annuale (60-70 euro) sottoscritto da almeno 10-15mila lettori. Partito a marzo, il giornale ha continuato a crescere (alla fine di giugno ha superato stabilmente i 12mila utenti unici al giorno) e un’ulteriore diffusione potrebbe portare a cambiare modello di business e far rimanere gratuito il sito. È possibile finanziare un giornale di professionisti sul web soltanto con la pubblicità?

 

Se lo augurano altre iniziative che hanno visto la luce nel corso degli ultimi due anni. Il Post, fondato da Luca Sofri nell’aprile 2010, un anno dopo ne contava 26mila al giorno. Lettera 43, fondata nel novembre 2010 da Paolo Madron, ex giornalista del Sole 24 Ore, sempre nell’aprile 2011 aveva 43mila utenti unici giornalieri. Nello stesso mese Dagospia, il sito di Roberto D’Agostino, aveva 67mila utenti unici al giorno (la fonte di questi dati è Audiweb Italia). Blitzquotidiano, sito di informazione creato un paio di anni fa da Marco Benedetto, che è stato a lungo amministratore delegato del Gruppo Espresso, nel novembre 2010 contava 686mila utenti unici al mese.

 

Si tratta di numeri piccoli che indicano come il settore sia ancora immaturo nel nostro paese. Ma la strada è aperta. In un interessante articolo su Prima Comunicazione, Paolo Ainio, noto imprenditore del web e amministratore delegato di Banzai (l’azienda che gestisce Liquida.it, un sito aggregatore di grande successo) sostiene che per mantenere un giornale con una redazione di cinquanta giornalisti e dieci praticanti dovrebbero bastare 2,4 milioni di utenti unici al mese. Se si va a guardare la lista pubblicata da Audiweb nel novembre 2010, si scopre che già allora c’erano sei testate che avevano superato questo livello: La Repubblica (7,8 milioni), il Corriere della Sera (7,4), Liquida (3,8), Ansa (3,4), tgcom (3,3), La Stampa (2,5).

 

Secondo Ainio, per tenere in piedi una redazione di 50-60 giornalisti a tempo pieno attivi solo sul web (affiancati da un’adeguata struttura amministrativa e tecnica) ci vorrebbero circa 13 milioni di euro all’anno (poco più di un milione al mese). Si tratta di un investimento limitato che un’iniziativa di successo (toccando i 2,4 milioni di utenti al mese) potrebbe ripagare nel giro di qualche anno.

 

Esiste in Italia una società civile in grado di finanziare iniziative simili, in grado di creare uno o più organi di stampa indipendenti, privi di conflitti di interessi, capaci di autofinanziarsi con la pubblicità e magari con altre iniziative che potrebbero essere via via sperimentate? Esistono imprenditori con il gusto del rischio e della libertà disposti ad accettare una simile scommessa? La domanda è finora senza risposta.

 

Il web apre immensi spazi di libertà, ma è necessario che qualcuno senta il desiderio di occuparli, strappando il mondo dell’informazione ai vecchi e consolidati conflitti di interesse.

 

 

Enrico Pedemonte

(Questo articolo è uscito sul numero 5 di ITALIC, in edicola dal 3 settembre)

 

Foto: la redazione dell’Espresso negli anni Sessanta

 

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  • Enrico Gregorio scrive:

    Gran bell’articolo, averne; un tema ignorato da molti che meriterebbe più attenzione: tanto per dire il gruppo TQ che ha fatto tanto parlare di se, sull’indipendenza del giornalismo non si è mai espresso. Peccato.