Là fuori c’è un’altra città

Là fuori c’è un’altra città

Esplorare la città non è solo affare da architetti. Venerdì in uscita con La Stampa c'è L'altra Torino, una guida ai quartieri lontani dal centro.

28 settembre 2011

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Per chi vive a Torino, chi orbita intorno alla città o chi presto verrà a visitarla, oggi è un giorno migliore di ieri.

Già, perché anche se tutto sembrerà uguale da oggi le cose cambiano, e in meglio appunto. La novità è che il centro di Torino è off-limits, no-go zone, vietato oltrepassare, niente da fare. Chi è dentro rimanga dentro, chi è fuori… Be’, chi è fuori ha invece un’intera città da scoprire.

 

La verità (la vera news) è che da oggi esiste una guida della città che finalmente ignora il centro e si concentra su tutto ciò che sta intorno: una vera manna per gli esploratori urbani e per gli amanti della serendipità cittadina (scoprire cose inaspettate e interessanti mentre se ne cercano altre).

L’altra Torino (Espress edizioni, da venerdì 30 settembre in vendita col quotidiano La Stampa) non è una normale guida: spostando il fuoco sui “24 centri fuori dal centro” è sia un manifesto sia un atto di coraggio — sicuramente una provocazione e, si spera, magari pure un best-seller.

 

Il punto di partenza è semplice ma audace: cosa rimane di una città se escludiamo il suo centro? Cosa cambia, se variamo il punto di vista? L’arrivo, invece, sta a noi: dipende dalla nostra disponibilità a voler conoscere altro, alzare gli occhi, guardare oltre ciò che si riconosce e ciò che è presente, andare indietro (e avanti) nel tempo, andare oltre i pregiudizi, a volte anche oltre i cantieri e lungo le strade che sembrano non portare a nulla. È proprio questo che la nuova guida ci aiuta a fare, grazie a numerosi itinerari (a piedi e in bici), schede di approfondimento e soprattutto grazie a una scrittura curata e curiosa di dettagli.

 

 

 

 

Esplorare la città non dovrebbe essere un gioco solo da architetti e antropologi urbani, dovrebbe essere un’abitudine del fine settimana, un sano recupero dell’aimless drifting situazionista, quel vagare che ci concediamo spesso in vacanza. Passeggiamo, pedaliamo, ci guardiamo attorno e ci chiediamo: chissà cosa c’è giù di qua? Pensateci bene, chi di voi tornando nella propria città dopo un soggiorno in qualche città all’estero non ha mai giocato a guardarla con gli occhi dello straniero che arriva la prima volta? Ecco, con questo spirito probabilmente eviteremmo San Salvario spaventati dall’impermeabilità del traffico di corso Vittorio, e richiamati dalla tranquillità delle strade intorno al Cimitero Monumentale scopriremmo via delle Maddalene (chissà dov’è?)…

 

L’uscita di questa guida ha risvegliato un sentimento che nutro da tempo (e che appartiene a me come a molti altri urban enthusiast), e anche per questo sono contento che finalmente qualcuno si sia “allineato” al desiderio di mostrare Torino facendo a meno di tutto ciò che di essa già si conosce: niente Barocco, niente Bicerin, niente salotti sabaudi (eleganti e rassicuranti, ma anche terribilmente noiosi). Se Torino è una città laboratorio, allora la vita è altrove, e spetta a noi andarla a cercare. Soprattutto oggi, in un periodo in cui il futuro di questa città sembra così appannato, visto dall’interno.

 

Anni fa fui intervistato da un portale di informazione cittadina. L’ultima domanda riguardava i luoghi di Torino che più amavo. Risposi in modo provocatorio, inventandomi una serie di situazioni che esistevano solo nella mia fantasia (tra cui la vivace scena notturna dei club di Pescarito, zona industriale ai margini della citttà: una visione ispirata al Panorama Bar di Berlino, scoperto giusto il mese prima, dove si balla al primo piano con vista sui tubi e sui tetti delle fabbriche di fronte e i taxisti ormai conoscono pure le strade tra i capannoni, ve lo immaginate?).

 

La provocazione non fu colta neanche da chi mi intervistava, e chi lesse allora l’articolo avrà forse pensato di essere tagliato fuori. Alla base delle mie surreali segnalazioni c’era proprio questo preciso desiderio, quasi un’ossessione: spingere i torinesi a credere che le cose migliori esistono anche al di fuori del centro.

 

Ma a quanto pare per credere bisogna vedere, e per vedere bisogna spostarsi, mentre a noi piace tanto parcheggiare tutti insieme nello stesso posto, riempire le piazze finché non scoppiano, così possiamo guardarci intorno e dire che la città è viva (anche se la vera vita comincia il mattino dopo). Già, sarà viva in quei due isolati. Ma tutto il resto? Tutto il resto da oggi è da scoprire.

 

Coraggio ragazzi, la fuori c’è un’altra Torino. Sempre che non siate imbottigliati in centro.

 

Luca Ballarini

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