SUL MENSILE

Chi teme una bolla 2.0.

Chi teme una bolla 2.0.

Aziende come Facebook e Groupon sono pronte a quotarsi in borsa. Con quali conseguenze per i mercati?

di Elena Comelli

ITALIC N. 6

Ottobre 2011

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“Stay hungry, stay foolish”. L’augurio di Steve Jobs alle matricole di Stanford nel 2005 ritorna in mente oggi che la S-economy, quella dei social network, sta sbancando Wall Street. Jobs non intendeva certamente il tipo di ingordigia e di follia espresso in questi mesi dalle quotazioni di Borsa dei social media, ma forse tra quei ragazzi c’era qualcuno dei pionieri di Facebook. E lo hanno preso in parola.

 

Oggi, quando si cita la futura IPO di Facebook, il lancio in Borsa previsto per il 2012, sembra di dare i numeri: quest’anno il social network per eccellenza metterà a segno ricavi doppi rispetto a quelli stimati da Goldman Sachs quando lo valutò 50 miliardi. Ormai i calcoli si spingono fino a 100 miliardi di dollari. Da notare che Apple, prima società al mondo per capitalizzazione di Borsa, malgrado l’uscita di scena di Steve Jobs è valutata circa 300 miliardi di dollari, mentre Microsoft si aggira sui 200 miliardi e Google sui 160.

 

Le stime che riguardano Facebook, quindi, sono stratosferiche. Ma non è l’unico social network a suscitare aspettative enormi. Twitter sta raccogliendo centinaia di milioni di finanziamenti e raggiunge valutazioni di 8 miliardi di dollari. LinkedIn, il network del mondo del lavoro, è stato il primo a quotarsi in maggio e ha raddoppiato di valore in 24 ore, per una capitalizzazione complessiva di 4,2 miliardi, pari a 24 volte i ricavi. Pandora, la radio online, al debutto ha raggiunto 2,8 miliardi di dollari di capitalizzazione, pari a 20 volte le vendite dell’anno scorso, e ha guadagnato il 50% nel primo giorno di scambi. Ora le quotazioni sono rallentate dalla crisi dei mercati, ma riprenderanno. Ma la domanda rimane la stessa: è vera gloria?

 

Le valutazioni stratosferiche di oggi ricordano le IPO da capogiro di fine anni Novanta: tutte evaporate nel marzo del 2000, allo scoppio della prima bolla di Internet. Emblema di quella bolla fu il caso Pets.com, che raccolse 300 milioni di investimenti tra il febbraio 1999 e il novembre 2000, quando chiuse. Un sito che vendeva accessori per animali domestici via Internet. La tecnologia era ai minimi termini, ma era bastato un “punto com” nel nome per lanciarlo in orbita.

 

Ciò non significa che l’e-commerce fosse una cattiva idea in assoluto. Ma con le connessioni lente di allora, operando in un settore di nicchia, alla fine Pets.com non ce l’aveva fatta. Il motore di ricerca Excite finì anche peggio, comprato per la pazza cifra di 6,7 miliardi di dollari a inizio 1999 e andato in bancarotta, con mille licenziamenti, nell’ottobre 2001. Torniamo all’oggi: la febbre dei social network e affini – ieri LinkedIn, domani Groupon (il sito di super-sconti che ha rifiutato 6 miliardi da Google, convinto di valerne quasi il triplo) e dopodomani Facebook – rischia di essere una “bolla 2.0″? La società d’analisi Gartner lo teme. L’Economist ha dedi- cato all’argomento una copertina a inizio estate. Gli ottimisti sottolineano che dagli anni Novanta molto è cambiato sotto il cielo dell’hi-tech: allora poche persone erano collegate a Internet mentre oggi sono più di 2 miliardi. Le start up degli anni Novanta, inoltre, avevano enormi ambizioni e profitti gracili, mentre oggi stelle nascenti come Groupon registrano vendite fenomenali e utili rispettabili. La bolla degli anni Novanta si è inoltre gonfiata solo dopo le quotazioni in Borsa delle società, quando ingenui investitori ne pomparono il prezzo. Ora, invece, le IPO sono state poche, mentre l’indice Nasdaq – il listino di riferimento per l’hi tech – è ancora molto al di sotto del picco registrato a marzo del 2000.

 

“Stavolta è diverso”, sostiene l’Economist: la bolla si sta formando di nascosto sui mercati privati dove fondi d’investimento stanno comprando quote delle aziende “social”, che quindi crescono di valore. Gli investitori privati sono molto più affidabili, capaci di valutare la solidità delle aziende da finanziare e meno propensi ad azzardi. Difficilmente investirebbero su aziende come Pets.com. “Per cui – sempre secondo l’Economist - la bolla che si sta formando nel mercato privato potrebbe essere già abbastanza grande quando le aziende si metteranno su quello pubblico”. Ma non bisogna dimenticare che lo sbarco in Borsa delle società più grosse (Facebook, LinkedIn) sarà seguito da schiere di aspiranti meno solidi.

 

I social network non sfuggono alle regole di qualsiasi altro investimento azionario: i rischi sono alti. Non bisogna lasciarsi trascinare dall’entusiasmo, credendo che siano invincibili solo perché aggregano milioni di persone. Restano delle aziende private, che possono sempre fallire per motivi contingenti o cattive gestioni.

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