Venture capital. L’uomo da convincere

Venture capital. L’uomo da convincere

Prendere un'idea, farla crescere e poi rivenderla: una giornata (e una riunione) con Gianluca Dettori di dPixel

5 dicembre 2011

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L’investitore interrompe presto gli ospiti, due soci di 34 anni che presentano un sito di servizi da far crescere, per andare dritto al punto: come si fanno i soldi? C’è un piano di sviluppo? Ci credete? All’interno di una presentazione, come spiega dopo la riunione lo stesso padrone di casa Gianluca Dettori, l’idea è “solo una slide su quindici, mentre a noi interessano le aziende”. Imprese per le quali è lui l’uomo da convincere.

 

Nella sede milanese di dPixel, distante una fermata di metrò dalla Stazione Centrale, la scena si ripete spesso. La società fondata nel 2007 dal quarantenne Dettori insieme a due partner si occupa di trovare imprese di successo per operazioni di venture capital. Non investono direttamente, ma fanno da advisor: oltre a seguire il progetto Working Capital di Telecom Italia, dPixel fa consulenza per Digital Investments sca sicar, fondo basato in Lussemburgo con un capitale di 9 milioni di euro. Non molti in assoluto, e da distribuire su più anni e start up, ma abbastanza per operare in un settore, Internet e l’ICT, in cui a un’azienda serve poco per fare bene. Le proposte di business che giungono a dPixel ogni anno sono circa 2500, a fronte di dieci operazioni previste come obiettivo massimo. Per dare una misura, nel 2010 il rapporto Venture Capital Monitor ne ha rilevate 31 in tutta Italia, per un totale di 2,7 milioni di euro investiti.

 

Cercare imprese da finanziare deve essere un po’ come leggere manoscritti in una casa editrice. La maggior parte del materiale che arriva a dPixel, a detta di chi la dirige, non è “nemmeno leggibile”. Se a un incontro partecipa uno dei fondatori, è segno che la proposta di impresa ha superato una prima selezione da parte dei sei collaboratori che lavorano in sede. In media, delle duemila o più imprese candidate ne sono contattate duecento. Per i due imprenditori oggi in riunione con Dettori (entrambi sono all’ennesimo progetto dopo più di dieci anni di esperienza in Rete) a questo punto la speranza è un investimento tra i 50 e i 750mila euro. Per loro significherebbe assumere personale e sviluppare il prodotto; per gli investitori un vero ingresso nella società finanziata, con aumento di capitale e un ruolo in cda. Idea, proprietà e direzione rimangono agli imprenditori originari.

 

Durante l’incontro Dettori sembra stanco ma interessato, continua a condurre la discussione con domande dirette. I turni di parola sono serrati, nessuno parla per più di un minuto per volta. La lingua dei soldi e del web genera un linguaggio diretto, tecnico e veloce come quello dei pokeristi: road mapSEObuy-out. Il nodo centrale sono il business plan e i modelli di guadagno, che non convincono del tutto. Gli ospiti voltano a turno gli schermi dei loro Mac per mostrare i dati, scambiandosi di posizione attorno a Dettori, che stira la schiena sulla sedia.

 

Il deal flow, i momenti in cui si valutano le offerte e le loro prospettive di successo, occupa solo parte della giornata di un venture capitalist  la parte “divertente”. Il lavoro comprende i rapporti con gli investitori, quelli che già partecipano (e vogliono conoscere i risultati) e i nuovi da reperire. In più c’è tutto l’accompagnamento delle società finanziate, per un periodo che arriva fino ai dieci anni. “Investire è la cosa più semplice: fare una buona exit, vendere, è il difficile”. Continua a leggere…

 

 

Questo articolo di Edoardo Bergamin fa parte dello speciale “Soldi per idee” del numero di novembre di ITALIC.

Per tutta la settimana puoi trovare in edicola ITALIC n.7, con i consueti approfondimenti su città, creatività, lavoro.

 

© Riproduzione riservata

 

Foto: Venicesessions/Flickr

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