Così Havel ha cambiato la mia vita. E anche la tua.

Così Havel ha cambiato la mia vita. E anche la tua.

Il leader della Rivoluzione di Velluto nella parole di chi, assieme a lui, ha vissuto la nascita della democrazia in Cecoslovacchia

20 dicembre 2011

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Sono molti i giovani nati in Cecoslovacchia che devono molto a Vaclav Havel, intellettuale e leader della rivoluzione pacifica che alla fine degli anni Ottanta ha portato la nazione verso la democrazia. A pochi giorni dalla scomparsa di Havel, abbiamo chiesto a Ditta Dolejsiova, che da cinque anni vive e lavora in Brasile per un’organizzazione non governativa chiamata Universidade da Juventude, cosa ricorda di Havel e cosa, di lui, dovremmo ricordare anche noi.

 

La prima volta che ne ho sentito parlare.
“Avevo più o meno dodici anni, era il novembre del 1989 e Havel creò l’Občanské Fórum, un movimento per la promozione della società civile, che lo pose a capo della Rivoluzione di Velluto. Ero ancora una bambina, ma ricordo che ero consapevole di tutto quello che stava succedendo. Invece di andare a scuola restavo in strada coi manifestanti. Volevo partecipare alla rivoluzione”.

 

La Rivoluzione di Velluto fu un’esperienza incredibile.
“Da un lato, nessuno di noi sapeva cosa sarebbe successo dopo la rivoluzione. Ma ogni pomeriggio le strade si riempivano. La gente arrivava, si ballava per strada nonostante il freddo e il gelo. Tutti sentivamo che le cose stavano per cambiare e che tutto dipendeva dalla nostra partecipazione. Nella mia esperienza non ci furono violenze, anche perché ero a Bratislava, che era molto più calma di Praga. A Bratislava tutto succedeva una settimana dopo. Havel era un leader ma aveva molto in comune con tutti noi. Parlava piano, con parole semplici, dava l’impressione di meditare su ciascuna parola e in questo dava un esempio a tutti. Non dava l’idea di avere già tutte le risposte. Sembrava anzi che il futuro fosse responsabilità di ciascuno di noi”.

 

Havel mi ha cambiato la vita.
“E su questo ho molto da raccontare. Tra il 1996 e il 1999 ho studiato a Praga e per due anni ho avuto la fortuna di lavorare per una delle fondazioni che Havel creò proprio accanto agli uffici dove lavorava come presidente della Repubblica. Quei locali erano in realtà la residenza del Presidente. Dove lui rifiutò di trasferirsi perché, disse, stava bene lì dove stava. Si limitò a usare la residenza solo in occasione di alcuni incontri diplomatici.

Mi ricordo quando lo incontrai per la prima volta di persona al castello di Praga: stavo seguendo l’organizzazione di una conferenza e dovevamo discutere delle foto ufficiali. Lo incontrai in una stanza enorme e vuota, la sua scrivania stava in un angolo. Quando si alzò per salutarmi restai colpita dalla sua statura minuta, mi sembrò troppo piccolo per la grandezza dell’uomo che avevo imparato ad apprezzare. Fu ancora una volta umile, gentile. Mi disse che probabilmente il mio giudizio sulle foto sarebbe stato migliore del suo. Era veramente un uomo che ispirava semplicità e attenzione verso ciò che importa veramente.

Se mi ha trasmesso qualcosa, credo sia il senso di un altro modo di fare politica. Oggi in quella che fu la Cecoslovacchia [oggi divisa tra Repubblica Ceca e Slovacchia] sono molti a criticarlo ma per me Havel resta un esempio di leadership basata sul rispetto reciproco, sul confronto onesto, sul dialogo, sul pensiero critico e sulla ricerca della migliore soluzione per la maggior parte delle persone, sempre considerando i bisogni delle persone più vulnerabili coinvolte in ogni cambiamento. Una leadership che onora la dignità umana e il diritto di espressione di ciascuno”.

 

Ci sono cose che tutti dovremmo imparare da Havel.
“Direi prima di tutto la sua capacità di mettere insieme persone diverse, tutti insieme a riflettere criticamente sul mondo di oggi e sul mondo in cui vogliamo vivere domani. Poi il suo esempio nel saper creare uno spazio dedicato al dialogo, governato senza pregiudizi e senza favorire nessuno. Last but not least, il suo donarsi alla causa della libertà e il contributo verso le vittime delle persecuzioni politiche. Un lavoro al quale ciascuno di noi forse dovrebbe dedicarsi di più, ogni giorno”.

 

Gaetano Prisciantelli

 

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