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Expo Milano: cosa ci siamo persi.

Expo Milano: cosa ci siamo persi.

La città snobba il progetto di Alvaro Siza. Avrebbe fatto rinascere Corso Sempione

di G. Matteo Mai

ITALIC N. 9

Febbraio 2012

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Questo articolo fa parte del numero 9 di ITALIC, in edicola dal 4 febbraio.

 

 

A Milano un boulevard parte dal parco più grande del centro cittadino e conduce agli svincoli delle autostrade per i Laghi.

 

Doveva essere la risposta locale agli Champs-Élysées. Nel tempo ha preso la forma di un vialone senz’anima. La auto scorrono nelle larghe corsie interne e nei controviali. Le case sono alte, le facciate tracciano un fronte discontinuo e privo di fascino. I negozi vendono soprattutto auto o auto-accessori. Le fasce verdi che dovrebbero ravvivarlo sono un parcheggio abusivo per centinaia di macchine, qualche camper e persino una barca, comodamente rimessata sotto gli alberi.

 

Mancano poco più di tre anni a maggio 2015, quando aprirà l’Expo. Un tempo breve per la trasformazione della città, brevissimo per le mutazioni di tutto il territorio. Gli interventi sul sito dell’esposizione, in un’area appena fuori città, vicina alla Fiera, si completeranno per tempo. Ma l’eredità dell’evento è un’incognita. Quali saranno le ricadute sull’economia lombarda a distanza di anni? L’Expo accelererà processi già in corso, esterni al “recinto espositivo”? Luogo che, in assenza di una ridestinazione, si prefigura già come un sito dismesso.

 

Le vicende degli ultimi anni suggeriscono cautela: le grandi serre che dovrebbero ospitare varie ambientazioni agro-botaniche dal mondo sono quasi fuori gioco. Altri progetti meno noti suggeriscono che l’opportunità è già andata sprecata. Corso Sempione era l’oggetto di uno dei più interessanti fra questi: una riqualificazione proposta nel 2008 dall’architetto portoghese Alvaro Siza. Un progetto a cui guardare con interesse e insieme mestizia.

 

 

Quel che poteva essere

Il corso è la direttrice che dal polo museale del Castello Sforzesco si sviluppa verso la Francia e quindi verso l’Expo. Nacque a inizio Ottocento con il primo progetto del Foro Bonaparte (una grandiosa piazza attorno al castello).

Nei disegni urbanistici di fine secolo “il Sempione” era l’asse d’espansione del quadrante nordovest. Un uso improprio degli spazi lo ha portato alla marginalità. Rispetto agli Champs-Élysées ha una larghezza addirittura superiore, ma questo aggrava lo stato di decadenza in cui è caduto. Il piano di Siza era il tentativo di ripensare, dopo anni di incuria, uno dei grandi assi di Milano, forse il più monumentale.

 

Il progetto del maestro dell’architettura — premio Pritzker nel 1992 — è arrivato in risposta a una sollecitazione della giunta Moratti allora in carica, in cerca della “Milano del futuro” sull’onda dell’entusiasmo per l’assegnazione dell’Expo. Gli stessi amministratori l’hanno poi lasciato cadere nel disinteresse per mancanza di visione strategica, nonostante gli studi di fattibilità e le presentazioni alla stampa. Da parte sua il progetto di Siza continua ad avere il merito di convogliare le ricadute della riqualificazione urbana in una proposta unitaria e strutturale. Coniugando i bisogni pregressi della città (la domanda di parcheggio) con quelli insorgenti, come il desiderio diffuso per un disegno urbano di qualità.

“Partendo da pezzi isolati, cerchiamo lo spazio che li sostiene”, scriveva Siza. Un orientamento progettuale e un metodo incentrati sull’idea di perfezionare quanto c’è già e rinnovare la città della tradizione. Un metodo che accomuna la proposta a quella di Giuseppe Piermarini, l’architetto della Scala, per la direttrice di corso Venezia con i Giardini Pubblici del 1789.

 

Sulla carta l’intervento trasforma il corso in una grande promenade alberata, con al centro il lungo tragitto dedicato ai pedoni: da piazza Firenze, immaginata come un ambiente verde da rinnovare, all’Arco della Pace neoclassico. Gli elementi comuni alle parti sono la sistemazione dello spazio pubblico e delle sedi stradali e il riordino delle linee tranviarie, più la presenza di parcheggi sotterranei. Alvaro Siza ipotizzava un museo ipogeo, i Padiglioni delle Stagioni, desti- nati a ospitare gli Arazzi Trivulzio disegnati dal Bramantino (incentrati sul lavoro e in particolare sull’agricoltura — leggi “sostenibilità alimentare”, tema legato all’Expo). Al centro di corso Sempione prende posto la grande statua del Cavallo leonardesco, ora all’Ippodromo, a completamento di un sistema monumentale che garantiva il collegamento ideale tra il Duomo e il sito Expo.

 

Il progetto inciderebbe su spazio urbano, cultura e qualità di vita dei residenti, sempre con l’evento universale in prospettiva. “L’intervento restaura un caposaldo della città ottocentesca ne fa il punto d’arrivo di una dorsale di luoghi orientata, funzionalmente e simbolicamente, all’Expo”, conferma a Italic l’architetto Roberto Cremascoli, co-autore del progetto. “Spero non sia un’ulteriore occasione perduta. A Milano ne siamo pieni”.

 

 

Un progetto da recuperare?

La condizione di “opera incompiuta” non è esclusiva della città, ma è una tema che si è ripetuto di frequente nella storia di Milano, con risultati che hanno marcato il patrimonio genetico. Un patrimonio che ha un carattere duplice, insieme straordinario e miope: la compiutezza delle idee, rifondative, capaci di anticipare di una città in evoluzione, accompagnata però da una loro realizzazione incompleta.

 

L’esperienza dell’esposizione universale del 1906 è un utile promemoria. Collocata al Parco Sempione e nella Piazza d’Armi (il sito che poi ospiterà per molti anni la Fiera Campionaria), la prima Expo aveva lasciato ai milanesi ben poco, soltanto l’edificio liberty dell’Acquario Civico. La sua eredità più importante è invece fuori città: il traforo alpino del Sempione, che consolidava le relazioni economiche di un centro allora in rapido mutamento.

È proprio fuori dal sito Expo che oggi dovremmo guardare con più attenzione: all’immediato intorno con cui Alvaro Siza si è confrontato, a quel territorio più allargato (la cintura periurbana milanese che è il motore dell’agricoltura lombarda, ad esempio) capace di avviare già ora sinergie per raccogliere un’eredità che duri oltre il 2015.

 

Concludeva Siza nella sua relazione: a Milano “sta emergendo una dorsale di luoghi centrali da piazzale Loreto al Castello Sforzesco. Il Sempione è il compimento inevitabile di questa sequenza. Questo sistema oggi centrato sul commercio non può non sfociare nello spazio vasto e nobile del Sempione. Da Napoleone alla borghesia ottocentesca, fino all’età modernista, il sogno di un ruolo centrale del corso non si è compiuto”.

 

Il rinnovamento politico-amministrativo della primavera scorsa può portare a una città che coniuga cultura materiale e cultura simbolica. Magari proprio recuperando la proposta del nuovo corso Sempione. O sarà il tempo a dimostrare che Alvaro Siza aveva ragione? La speranza per Milano è che Siza abbia perso una battaglia ma che alla fine la sua idea possa vincere la guerra.

 

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  • luigi scrive:

    vorrei sapere qualcosa per la riqualificazione di corso sempione. ATTUALMENTE in attesa di expo 2015 è un viale abbandonato dove le aiuole sono diventate dei gabinetti per i cani , parcheggio selvaggio di auto e dove le auto vanno ad alta velocita’.