SUL MENSILE

Corviale, il palazzo che voleva essere città.

Corviale, il palazzo che voleva essere città.

Un giorno ai piedi del “Serpentone” di Roma, tra luci e ombre. Anche attraverso il calcio nasce una comunità

di Chiara Calpini

ITALIC N. 9

Febbraio 2012

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Scena numero uno: sono le otto di sera ma a Corviale è come fosse notte fonda. La luce dei lampioni è fioca o inesistente. Una delle tante battaglie, quella dell’illuminazione, che gli abitanti della periferia sudovest di Roma combattono da tempo. In giro non c’è nessuno a cui chiedere informazioni e perdersi tra i viali alberati è un attimo.

 

Dalla Portuense una strada ad anello porta in cima al poggio dove torreggia il caseggiato di nove piani, bizzarro e controverso esperimento architettonico: una muraglia di cemento e finestre lunga un chilometro (960 metri, per la precisione) che tutti nella capitale conoscono come “il Serpentone”. L’ombra che l’enorme costruzione getta su questo pezzo di campagna a due chilometri dal Raccordo Anulare rende il buio ancora più denso. Adolescenti con i cappucci delle felpe tirati su compaiono all’improvviso tra i giardini, seduti sui gradoni o sulle selle dei motorini. Poi la musica a tutto volume rompe il silenzio: è la festa della parrocchia di quartiere, che offre cibo caldo ai pochi anziani presenti, mentre rom ed extracomunitari girano attorno incuriositi.

 

Di notte Corviale sembra una città fortificata. Dietro le mille finestre illuminate sono asserragliati gli esseri umani, mentre fuori è il territorio della natura, delle tenebre e degli smarriti.

 

 

Arriva il Calciosociale

Scena numero due: sono le cinque di una domenica pomeriggio. Con la luce del giorno Corviale mostra il suo lato più bello: il verde, lo spazio, l’aria del poggio che da una parte guarda la campagna ondulata e dall’altra verso la città. Su un campo da calcio al centro del quartiere si gioca una partita accanita tra ragazzini di tutte le età e le taglie. Le incitazioni rimbalzano sulle finestre del serpentone, quasi lo volessero risvegliare. Siamo al “Campo dei miracoli”, una struttura sportiva che all’ingresso ha un cartellone con un grande sole disegnato. È il simbolo di Calciosociale, l’associazione non profit che da un paio d’anni ha preso in gestione la polisportiva abbandonata e che allo sport ha dato un nuovo significato, portano nuova linfa e vivibilità al quartiere.

 

Abbinare il pallone al lavoro sociale è l’idea nata a Roma nel 2005 da un gruppo di educatori e tecnici sportivi, riuniti per trasformare il calcio da veicolo di tensione e scontro a modello educativo, strumento di aggregazione e ricomposizione del tessuto urbano. Sì, ma come? “Quel che facciamo — spiega a Italic Massimo Vallati, direttore e fondatore — è riscrivere le regole del gioco per riscrivere quelle del mondo”. Funziona, ad esempio, che a formare le squadre siano uomini e donne dai 10 ai 90 anni, e che tra loro il rigorista venga scelto tra i giocatori meno dotati. Regole per fare davvero squadra e fare giocare tutti.

 

Come Kathilyn, 13 anni, nata a Corviale da genitori filippini. Tratti orientali e accento romanesco, che rifiata dopo la partita domenicale: “Prima dell’arrivo di Calciosociale per i ragazzi l’unico modo di giocare era scavalcare il cancello mentre il guardiano della polisportiva chiudeva un occhio”. O come Tiziano, 14 anni, anche lui nato a Corviale, che “l’altro calcio” lo ha praticato per cinque anni, sentendosi sempre più frustrato perché il mister non lo faceva giocare quasi mai: “Ora mi sento finalmente a mio agio e scendo in campo tutte le volte che voglio”.

 

In questi pochi anni Calciosociale ha saputo coinvolgere tante realtà cittadine e nazionali, dalla Provincia al centro di assistenza ai tossicodipendenti Villa Maraini, fino a Libera di Don Ciotti. Ed è diventato oggetto di studio come esempio di peer education, per l’educazione alla pari che si attiva tra educatori e ragazzi all’interno di una squadra.

 

L’associazione, che conta 500 tesse- rati da tutta Roma e più di 60 volontari, ha fatto parlare di sé attraverso i mezzi d’informazione e ha conquistato per la raccolta fondi un prezioso testimonial: il capitano della Roma, Francesco Totti. “Da quando siamo qui — parla di nuovo Vallati — la nostra missione è diventata duplice. Portare il nostro Calciosociale a Roma ed essere il motore per rimarginare la ferita di Corviale”.

 

Leggenda vuole che il chilometro di cemento abbia fermato il ponentino, il vento che storicamente rinfresca la città d’estate. Ma la storia, quella vera, è altrettanto incredibile.

 

 

L’ombra del Serpentone

Nel 1972 lo IACP, l’Istituto Autonomo Case Popolari proprietario dell’immobile, affida il progetto a un’équipe di ventitré progettisti diretta dall’architetto Mario Fiorentino. Sei lotti, ognuno destinato a circa mille persone, compongono il comprensorio d’acciaio, pannelli di cemento armato e pareti vetrate: un alveare umano abitato da 1200 nuclei familiari. Palazzi più bassi affiancano poi il principale. Nella mente degli architetti l’edificio-città voleva essere un segno forte, contrario a una speculazione edilizia che fino ad allora dava vita a nuclei disordinati e spontanei di palazzine. La sfida non stava nel costruire un complesso destinato a seimila persone, quanto di renderlo davvero autonomo. Capace ovvero di offrire servizi a tutta la comunità che lo avrebbe vissuto giorno dopo giorno.

 

Nascono così i lunghi corridoi di Corviale, dove oltre agli appartamenti si affacciano piccoli spazi di socialità. Il piano libero al quarto livello, previsto secondo i dettami dell’architettura razionalista, durante la costruzione si rivela flagellato dal vento e si trasforma in corso d’opera in una strada pubblica a mezza altezza, dove sistemare negozi e botteghe di artigiani.

 

Un improbabile pezzo di città è quel che nel 1982, quando i lavori sono finalmente ultimati, si trovano davanti i primi assegnatari degli alloggi. Un edificio di misure straordinarie, abnorme, con labirinti di scale e corridoi promiscui. Isolato dal resto del mondo e completamente abbandonato a sé. Alcuni appartamenti, intanto, sono già stati presi abusivamente; negli anni seguiranno le occupazioni da parte dei gruppi più vari, dalla comunità peruviana ai centri sociali.

 

La gente inizia a viverci. I citofoni e gli ascensori non funzionano. Gli spazi commerciali al quarto piano, mai affittati, sono presi d’assalto per farne appartamenti alla bell’e meglio. L’incuria e l’illegalità sono tali che quasi l’80% degli inquilini non paga l’affitto. Gli alloggi sono al contrario belli e spaziosi, dotati di una vista mozzafiato, ma questo non basta: Corviale diventa un edificio-dormitorio. Gli abitanti non riescono a socializzare, non possono passeggiare. Non fanno nulla di quanto si fa in una città viva, ma escono ed entrano in casa frettolosamente, perché fuori non c’è niente — se non spaccio e delinquenza.

 

Nel tempo si è discusso in più occasioni se abbattere l’anomalo serpentone per riparare a un danno, che è soprattutto esistenziale. Ancora adesso, di notte come di giorno, quel che colpisce è l’assenza di suoni che facciano pensare a una vita di una comunità. Un vuoto spettrale aleggia intorno e dentro al caseggiato, negli spazi dei suoi infiniti corridoi e per le scale. Nel 2008, il documentario Il silenzio di Corviale, ideato da Antonello D’Elia, medico del Distretto di Salute Mentale della zona, ha raccolto le parole deboli e afflitte degli inquilini, spesso colpiti da esaurimenti nervosi e stati di alienazione.

 

 

Nuovi colori

Ma molto è cambiato negli ultimi dieci anni. Tante piante e qualche ingenua fontanella con i pesci rossi ornano i corridoi e le entrate del palazzo. Gli inquilini hanno iniziato a far fronte di persona alla manutenzione ordinaria di un condominio straordinario.

 

La città ora si allunga verso il poggio avvicinandosi con sospetto al Serpentone. Nuove palazzine residenziali sono in costruzione e dal 2005 è aperto un centro commerciale (che, curiosamente, non porta il nome di Corviale ma quello del quartiere attiguo). Tutto intorno, l’apertura di scuole, uffici, spazi pubblici e una galleria d’arte è stata un’iniezione di vita. Tra loro c’è una biblioteca comunale, il cui direttore Antonio Trimarco spiega a Italic: “Più del 70% dei nostri prestiti sono richiesti dagli abitanti di Corviale”. Che è un buon risultato. E ora c’è anche il Calciosociale.

 

Corviale è come un grande animale nato morto, una carcassa di cemento grigio che ispira tristezza. Uno dei desideri ricorrenti degli abitanti è ridipingere la facciata di una tinta vivace. Quando scendono le tenebre, però, non c’è colore o sole disegnato che tenga. Il Serpentone rivela la sua natura: l’ineludibile e tenace fallimento del palazzo che voleva farsi città e invece sussurra questo strano silenzio.

 

 

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