Il diario di Bolaño, opera ultima di uno scrittore fragile

Il diario di Bolaño, opera ultima di uno scrittore fragile

La vedova dell'autore cileno scopre alcuni scritti personali, dove il romanziere-poeta racconta la fatica, i sogni, la vocazione. Presto diventeranno un libro

13 febbraio 2012

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Nell’estate del 1978 Roberto Bolaño, nato a Santiago del Cile nel 1953 e morto a Barcellona nel 2003, era dantescamente nel mezzo del cammino della sua vita.

Sfogava così i dubbi sul suo talento letterario tra le righe di un quadernetto con la copertina marrone. Voleva smettere di giocare con versi disordinati e fare sul serio: diventare uno scrittore. “Non voglio scrivere più poemi; voglio scrivere un romanzo, ma quanto mi costa cominciare!”. La sua vocazione narrativa stava cominciando a prendere una piega diversa, quella della frustrazione e della sconfitta.

 

A più di trent’anni di distanza, sappiamo che si sbagliava: lo scrittore cileno ce l’ha fatta. Ha fatto in tempo a godersi un po’ di gloria anche da vivo, vincendo nel 1999 con I detective selvaggi (Sellerio, 2009) il Rómulo Gallegos, considerato il Nobel della letteratura sudamericana. Ma è comunque morto troppo presto per godersi la consacrazione, che è arrivata postuma. Nel 2009 è stato premiato con il National Book Critics Circle degli Stati Uniti il titanico romanzo 2666 (Adelphi, 2009).

Nel 2010 è stato pubblicato il libro postumo Il terzo Reich (Adelphi, 2010), non corretto dall’autore, ma promosso a pieni voti dall’Economist, come un romanzo mordace.

 

Ma come è arrivato a sconfiggere le paure per creare?
I pensieri intimi dello scrittore, le riflessioni, lo scambio di idee con amici e colleghi, persino qualche segreto del mestiere, saranno presto resi pubblici per gli appassionati di Bolaño. In quel che si candida a diventare davvero il suo ultimo libro.

La vedova Carolina López ha scoperto di recente una raccolta di documenti, lettere e frammenti del suo diario personale, ed è già in mano all’agente Andrew “Lo Sciacallo” Wylie. Il quotidiano spagnolo La Vanguardia ha diffuso la notizia lo scorso 1 febbraio.

 

“Voglio scrivere un romanzo – continua Bolaño in uno di questi scritti – e adesso non ho neanche la pazienza di mandarmi un poema lungo, come farò, Signore? Così si lamentava le mattine questo eroe di Kavafis nel suo antro catalano, con un libro sui raggi laser nella sua mano sinistra e un altro scritto da Fritz Leiber nella destra… È blues questa mattina, anche se ascolti il sassofono sospeso nelle finestre; anche se tu stesso piangi così lievemente con il piano di strada; un’alba presente che si divide in due”, scriveva l’autore. Così come nei Detective selvaggi ha concluso il romanzo con figurine che stimolavano l’immaginazione del lettore, nel suo quaderno privato i punti a capo sono stelle.

 

Secondo alcune voci sullo scrittore latinoamericano, a motivare il passaggio dall’elitario e sublime territorio poetico al romanzo sarebbero state ragioni economiche.

In Messico, da poeta, aveva fondato il movimento “infrarealista”, come protesta all’egemonia culturale imposta dal premio Nobel messicano Octavio Paz. Organizzava manifestazioni e sabotava presentazioni e recital. Con un controverso manifesto e successi alterni. Scrivendo romanzi, invece, aveva più possibilità di guadagnare. Ti leggono più persone. In questo diario però evidenzia l’aspirazione ad un’opera di lungo respiro ma per nulla di massa.

 

Si sente felice, nonostante l’aspetto “osceno che possa avere la parola… I miei amici sono ragazzi duri ai quali non frega niente di letteratura… Operai disoccupati e pescatori, tutti molto giovani e con un tormento speciale”, scrive nel diario. Nel documentario El último maldito, trasmesso dalla tv spagnola TVE, c’è un ritratto del volto umano dello scrittore, raccontato attraverso un collage di testimonianze di amici, famigliari e vicini di Blanes, il paesino della periferia di Barcellona dove ha vissuto fino alla sua morte.

 

A Bolaño piaceva la scrittura al ritmo free-jazz, la musicalità nelle parole, il beat. La vita nomade di Jack Kerouac, autore di Sulla strada, quella ricerca dell’anomalia all’interno della normale quotidianità. Nel diario scriveva: “Kerouac, il vecchio, disponeva del suo caos come una serie di scatole, ognuna poteva aprirsi e dare un’idea, una sensazione, un colore stranamente autonomo… Kerouac, elabora il discorso del vuoto per riempire, di questa maniera, gli spazi fatti a pezzi per l’amore. Senza capire più di un lato delle condizioni obbiettive (sradicamento-festa-sradicamento) di una generazione di giovani che neanche nei suoi peggiori incubi immaginavano gli anni della disoccupazione e crisi economiche che necessariamente sarebbero arrivati”. E non aveva torto. Purtroppo.

 

In una lettera indirizzata alla filologa cilena Soledad Bianchi, un Bolaño trentenne confessa la sua preoccupazione per il futuro da immigrato in Europa. “Mi immagino come l’unico cileno in Europa, gestendo la mia residenza ogni due anni o la mia permanenza annuale o il mio permesso turistico ogni tre mesi”. E sentenzia: “Prima della fine dell’anno spero di avere finito due romanzi che mi sono costati… alcuni incubi e l’essere, oggi come oggi, senza un lavoro fisso… perché la disoccupazione è terribile come lavorare”.

E anche in questo aveva visto giusto. Purtroppo.

Rossana Miranda

 

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