SUL MENSILE

Shanghai tricolore.

Shanghai tricolore.

Alle porte della metropoli cinese nasce una nuova città. E parla italiano

di Michele Bonino e Filippo De Pieri

ITALIC N. 10

MARZO 2012

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Questo articolo fa parte del numero 10 di ITALIC, in edicola dal 7 marzo.

 

 

Nove città attorno alla metropoli, ispirate all’Europa per stile e organizzazione degli spazi. Shanghai progetta così il suo sviluppo, anche con il contributo di architetti italiani. Tutto parte dal centro.

 

In Piazza del Popolo si trova l’Urban Planning Exhibition Center. È il museo dedicato alle trasformazioni urbane, famoso per l’enorme modello in scala della città, grande oltre 500 metri quadri. In un decennio la metropoli è passata da 16 a 23 milioni di abitanti e gli edifici di grande altezza, che si contavano in poche decine all’inizio degli anni Ottanta, oggi sono più di quindicimila. La forza simbolica dello sviluppo urbano è tale che fra i visitatori del museo, subito dopo “cittadini cinesi” e “turisti stranieri” viene la voce “capi di stato”.

 

L’ambizione dell’Exhibition Center è rendere inscindibili le trasformazioni della città e il loro effetto di immagine. È l’ingegnere capo Li Daxin ad annunciarci, con orgoglio, che una delle prossime mostre sarà dedicata a Giorgio Armani, rivelando un’inattesa liaison tra urbanistica e moda. In Cina l’italianità è vista soprattutto in termini di stile, e il criterio non risparmia il mondo dell’architettura. Francesco Gatti, architetto romano che da anni lavora a Shanghai, racconta: “Appena arrivato, nel 2004, la mia prima occasione profes- sionale fu presentare ai media una linea di camicie locale, senza saper bene di cosa si trattasse. Non mi chiesero altro che recitare il ruolo del creativo italiano”.

 

I pianificatori cinesi devono aver fatto riferimento a un immaginario del genere, quando nel 2001 lanciarono il programma One City Nine Towns, progettando fuori Shanghai nove città costruite da zero. Nate per decongestionare il centro e assecondare l’inurbamento dei contadini (ma anche per le ambizioni immobiliari di una borghesia nascente), ogni new town si sarebbe ispirata a un’identità nazionale dell’Occidente. Prima di tutto per lo stile: città come l’olandese e l’inglese (l’Holland Village di Gaoqiao e la Thames Town di Songjiang) hanno riprodotto villaggi tradizionali e quartieri storici. E se dalla città tedesca di Anting, progettata da Albert Speer jr, figlio dell’architetto di Hitler, ci si poteva attendere un approccio severo e stilisticamente controllato, le aspettative per la new town italiana erano invece molto più alte.

 

A vincere nel 2001 il concorso per una “città italiana” di centomila abitanti, prevista nel territorio di Pujiang a 30 km dal centro di Shanghai, è stato Gregotti Associati International. Uno studio con forti credenziali (suoi, ad esempio, il recupero della Bicocca a Milano e il Piano Regolatore Generale di Torino) ma quasi nessuna esperienza in Cina fino al momento.

 

Il progetto si è imposto anche se non ha rincorso l’aspettativa di un’italianità appariscente e spettacolarizzata, puntando su ragioni strutturali invece che stilistiche. La Pujiang di Vittorio Gregotti si basa su una griglia ortogonale di strade, tra cui costruire a bassa densità: sono banditi i grattacieli, onnipresenti nei sobborghi periferici circostanti. I giurati cinesi hanno gradito la geometria rigorosa, che favoriva una visione molto pianificata della città. Non solo nella composizione degli abitanti e delle attività ma anche, secondo le ambizioni dei progettisti, nel rapporto tra parti private e spazi pubblici, nell’equilibrio tra residenze e servizi.
La scelta di conservare, dove possibile, la fitta trama di canali agricoli esistenti ha permesso di radicare meglio la nuova città nella geografia del luogo. La presenza dell’acqua è apparsa fondamentale per definire i nuovi spazi urbani.

 

Se alcune delle new town progettate più di dieci anni fa non sono mai giunte a compimento, cancellate o indebolite dal piano quinquennale del 2006, Pujiang è in costruzione da sette anni secondo un masterplan che, nonostante qualche modifica, rimane abbastanza fedele al progetto iniziale. Vittorio Gregotti e il socio Augusto Cagnardi hanno seguito direttamente i lavori per la parte nord della città. I due, oltre a progettare il Promotion Center per l’operatore immobiliare, hanno coinvolto altri sei architetti italiani nella realizzazione delle residenze. I lavori proseguono rapidamente: presto Pujiang sarà completata. Il prossimo passo è l’asse centrale dedicato ai servizi ai cittadini, che oggi è ancora sulla carta.

 

Cagnardi, superate le diffidenze iniziali, ha apprezzato la scelta di costruire una città “italiana” in terra cinese: in fondo la proposta appariva coerente con la storia di Shanghai, da sempre aperta all’Occidente. “Questa è una città che fin da metà Ottocento ha imparato ad accogliere e deformare linguaggi architettonici provenienti da culture diverse”, spiega a Italic. Il progetto di Pujiang tenta di proseguire questa tradizione. Per i progettisti, la griglia di grandi blocchi (con 300 metri di lato) è una contaminazione tra la maglia urbana di radice greco-romana e il modulo quadrato proprio dell’agrimensura cinese. L’idea dell’isolato italiano adatto alla vita pubblica si trova però a fare i conti, nella città costruita, con la moltiplicazione delle recinzioni e dei sistemi di sorveglianza, che porta il progetto a somigliare pericolosamente alle gated community, le aree residenziali con accessi controllati sempre più diffuse nei quartieri benestanti delle città norda- mericane. Un terzo delle persone che si incontrano per strada sono sorveglianti in mimetica.

 

Non è facile da capire come vivano i cinesi in questa città “italiana”. Se non altro perché, visitando Pujiang, se ne vedono in giro davvero pochi. Eppure una grande percentuale degli apparta- menti realizzati è andata venduta senza troppe difficoltà. Harry den Hartog è un urbanista olandese che ha studiato a lungo Shanghai (il suo Shanghai New Towns, uscito due anni fa per l’editore 010, è una delle migliori introduzioni ai muta- menti contemporanei della metropoli asiatica) e sa spiegare perché la città italiana talvolta somigli a una città fantasma. “Molti cinesi hanno acquistato un appartamento di Pujiang come seconda casa. Il mercato immobiliare a Shanghai cresce a ritmi talmente rapidi che l’investimento in case di nuova costruzione può essere molto remunerativo. La gente tiene le case vuote e solo parzialmente arredate, aspettando il momento giusto per poterle rivendere”.

 

Cagnardi non nasconde la soddisfazione per il risultato architettonico raggiunto, ma riconosce che qualcosa non ha funzionato nell’effettiva occupazione della città: con pochi abitanti, anche attività commerciali e servizi stentano ad aprire.

 

L’idea di una città ricca di luoghi di relazione, sul modello italiano, si scontra con un fenomeno imprevisto: il rapporto con la proprietà immobiliare della classe media cinese a cui il progetto si rivolge. Ecco perché, se volete incontrare a Pujiang qualcosa di simile a una vita urbana, dovete andare più a sud, nella parte di città destinata a ospitare le famiglie sfollate dalle proprie case per realizzare il complesso dell’Expo 2010. Qui le soluzioni residenziali seguono anch’esse la maglia urbana ideata da Gregotti e Cagnardi ma, progettate nel dettaglio da architetti cinesi, sono molto più banali e meno articolate. Però le differenze di status tra le famiglie della zona portano a un mix sociale interessante e l’adattamento degli spazi alle esigenze degli abitanti è già molto visibile. Nelle strade, piene di gente, si trovano mercati e attività di ogni tipo. Proprio come nelle città italiane.

 

 

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