SUL MENSILE

Topi da Discoteca.

Topi da Discoteca.

Viaggio negli archivi dell’istituto dei suoni che conserva la nostra cultura audio

di Gaetano Prisciantelli

ITALIC N. 10

MARZO 2012

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Questo articolo fa parte del numero 10 di ITALIC, in edicola dal 7 marzo.

 

 

Prima del vinile, introdotto negli anni Quaranta, c’era la lacca. Un materiale che gli specialisti chiamano “shellac”, una resina prodotta da insetti parassiti delle piante in India e Thailandia. Alcuni paesi l’hanno utilizzata per incidere suoni anche fino agli anni Settanta.

 

Dischi di shellac e i grammofoni per ascoltarli sono tra le centinaia di migliaia di oggetti conservati nel palazzo cinquecentesco che, a due passi da piazza di Torre Argentina a Roma, è la sede storica della Discoteca di Stato. Ora si dovrebbe scrivere Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, ma il vecchio titolo è più divertente. Con il nuovo nome è arrivata dal 2007 una nuova centralità per l’Istituto, che assume competenza nazionale sulla più grande collezione pubblica di materiali audiovisivi. “Entro maggio — dice il direttore Massimo Pistacchi — forniremo servizi su tutto il territorio nazionale. Un salto di qualità importante”.

 

La Discoteca è nata nel 1928 per iniziativa, tra gli altri, di Rodolfo de Angeli, cantautore futurista e maestro di radio (Renzo Arbore è tra i suoi allievi). Ma tra i materiali raccolti, grazie alle acquisizioni accumulate nel tempo, oggi figurano documenti che risalgono anche all’Ottocento.

 

L’idea di una biblioteca dei suoni è una questione tutta moderna; ma qui un vecchio nastro magnetico scovato in cantina è prezioso quanto una tela di Leonardo, e può dirci qualcosa anche dopo decenni di silenzio, polvere e umidità. I tecnici del restauro sono pionieri nel trovare stratagemmi e metodi per recuperare dal degrado tracce sonore minacciate d’estinzione, sia quando incise su cilindri di cera (tecnologia in voga proprio negli anni in cui nasceva la Discoteca), sia quando incise su compact disc (oggetti tutt’altro che eterni).
Ciascun supporto audio, dai dischi a 78 giri ai fili magnetici, ha la sua macchina per riprodurlo. E ogni macchina ha i suoi accessori: un vecchio grammofono funziona con le sue puntine, spesso fuori produzione da oltre mezzo secolo. In questi casi, “Se esiste una macchina funzionante, quella macchina si trova qui”, spiega Pistacchi.

 

Nelle stanze sontuose del Palazzo Mattei di Giove ci si può imbattere in tecnici impegnati a trafficare con vecchi grammofoni per studiarli, catalogarli, fotografarli. Ai piani inferiori, gli archivi (progressivamente digitalizzati) comprendono oltre 400mila supporti: musica, discorsi di “italiani benemeriti” (inclusi papi, ministri, gerarchi fascisti) registrati fin dagli anni Venti, suoni in presa diretta. Ci sono documenti audio che emozionano, dalle canzoni popolari raccolte in ogni angolo d’Italia alle “scene dal vero”, i suoni delle strade di Napoli e di altre località italiane, inviati ai nostri emigrati per aiutarli a lenire la nostalgia.

 

“Il pubblico si divide in fasce precise”, dice Pistacchi. “Il gruppo più numeroso sono i ricercatori, interessati alla parte etnomusicologica del catalogo”: diecimila nastri divisi per regione, realizzati soprattutto negli anni Sessanta da antropologi interessati a fotografare attraverso racconti, canzoni e filastrocche il suono della nazione all’epoca, mentre avanzava l’omologazione dell’Italia televisiva.

 

Il secondo gruppo più numeroso è formato da sociologi e analisti della cultura popolare, che navigano tra canzoni e spettacoli per analizzare tendenze e analogie nella produzione culturale di massa dell’ultimo secolo. Segue lo zoccolo duro degli appassionati, collezionisti e melomani pronti a emozionarsi per frammenti di esibizioni registrate più di mezzo secolo fa.
Qui arrivano anche le case di produzione a ripescare musiche per film e documentari. Inoltre, sempre più spesso, anche compositori in cerca di ispirazione.

 

Quando nel 1997 gli Articolo 31 inserirono nel rap ‘La fidanzata’ un ritornello di Natalino Otto, che negli anni Quaranta propose lo swing al pubblico italiano, alla Discoteca arrivarono gruppi di adolescenti che volevano ascoltare l’originale. “Così registriamo i riverberi di alcune mode”, ricorda Pistacchi.

 

Esplorando i cataloghi, al piano terra gli utenti possono ascoltare gratuitamente i file mp3 custoditi nei server. Le cabine sono dotate di cuffie e monitor e se un brano musicale non è ancora disponibile in formato digitale, gli addetti recuperano dagli archivi il disco o il nastro e lo trasmettono alla cabina. “Gli utenti ovviamente non toccano i dischi”, spiegano i custodi giustamente gelosi di questo grande patrimonio di storia nazionale.

 

 

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