Come nasce una pianta OGM

Come nasce una pianta OGM

In Italia non si possono coltivare specie geneticamente modificate. Nel frattempo la ricerca, soprattutto all'estero, è andata avanti. Nonostante i rischi e le opposizioni

22 marzo 2012

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Al di là delle opposizioni di varia natura, e di alcuni potenziali rischi, la ricerca sugli OGM (gli Organismi Geneticamente Modificati) è un settore in forte evoluzione. In modo particolare in campo agricolo.

 

Come spiega a ITALICnews Sergio Lanteri, professore di genetica agraria all’Università di Torino, le principali tecniche per ottenere in laboratorio una pianta geneticamente modificata sono due.

 

“La prima sfrutta un agrobatterio, comunemente presente nel suolo, che quando è dotato di un plasmide, cioè un anello aggiuntivo di DNA, è capace di infettare le piante trasferendo una porzione del suo plasmide. Un processo detto tumor inducing (Ti): in pratica, le cellule infettate ‘impazziscono’ e si sviluppa da queste un tessuto tumorale”.

Il gene che i ricercatori vogliono trasferire alla pianta è inserito nel plasmide, poi si sfrutta il batterio come vettore dell’informazione genetica al DNA della pianta che si vuole manipolare.

“Di fatto inganniamo il batterio — spiega Lanteri — perché invece del suo DNA trasferisce alla pianta (alle cellule infettate) le caratteristiche decise dal ricercatore”.

 

A seguito di manipolazione genetica si possono così fornire alla pianta caratteri aggiuntivi (ad esempio la capacità di resistere a un agente patogeno), oppure bloccare la manifestazione di caratteri presenti (come la capacità di produrre sostanze allergeniche). O ancora potenziare la produzione di sostanze utili in farmacologia (ad esempio molecole antiossidanti) o sfruttabili a livello industriale (olii, bioplastiche…).

 

La seconda tecnica — “più rozza”, secondo il ricercatore — è detta biolistica o biobalistica: in pratica si tratta di sparare “microproiettili” nelle cellule di una pianta. I proiettili sono ricoperti da molte copie del gene che interessa trasferire e che può essere integrato nel DNA della pianta. Anche se con probabilità di successo minori, i risultati ottenibili sono gli stessi.

La tecnica biolistica era utilizzata per la trasformazione di piante monocotiledoni, come il mais, per cui non erano disponibili agrobatteri in grado di infettarle. Con la scoperta di un numero sempre maggiore di batteri adatti alla manipolazione gentica il metodo biolistico è usato in maniera minore.

 

Negli utlimi anni si sono ampliate le possibilità di migliorare geneticamente una pianta rispetto alle tecniche tradizionali di selezione, che utilizzavano solo geni di una pianta della stessa specie o di una specie vicina. Con la manipolazione si possono infatti aggiungere anche geni di batteri o di altri organismi non vegetali.

In alcune piante, ad esempio, è stato inserito un gene di un batterio (Bacillus turingensis), rendendole resistenti all’attacco da parte di larve di insetti. Le spore di questo batterio vengono anche utilizzate in colture biologiche, spargendole sopra le coltivazioni.

 

Nel mondo ci sono ormai 134 milioni di ettari coltivati a mais, cotone, colza, soia geneticamente modificati. Circa la metà è negli Stati Uniti, il resto principalmente in Sudamerica e India.
In Europa, la Spagna coltiva ottomila ettari a mais transgenico, altri paesi la seguono. Da poco più di un anno è permesso coltivare Amflora, una patata OGM che produce un tipo di amido più sfruttabile per uso industriale.
“C’è poi un settore in grandissima espansione — dice il professor Lanteri — Il Plant Molecular Farming, che utilizza le piante come reattori per produrre molecole di interesse farmaceutico o industriale”.

 

L’opposizione a queste coltivazioni è molto forte: ci sono dubbi per la salute legati a potenziali allergie o di nocività legate ai componenti chimici utilizzati in laboratorio. Ci sono problemi che riguardano l’ambiente e la minaccia di un inquinamento genetico fra culture biologiche e manipolate. Alcuni dei rischi si possono superare con miglioramenti della ricerca, altri dividono anche la comunità scientifica, fra studi che li attestano e altri che li smentiscono. Non sempre c’è accordo, nemmeno fra i ricercatori.

 

Ma l’Italia, che ufficialmente non produce OGM (anche se ci sono gruppi di coltivatori che si sono organizzati diversamente, come i friulani di Futuragra), rimane indietro anche nella ricerca, che non ha adeguati finanziamenti.

In ogni caso, al termine della fase di ricerca arriva il momento del brevetto. Gli scarsi investimenti nel settore pubblico lasciano campo libero alle multinazionali che già dominano il settore agricolo. “Con il rischio che il mercato sementiero globale sia sempre più in mano a poche grandi aziende”, avverte Lanteri.

 

“Il fatto è che il blocco alla produzione in alcuni paesi non ha fermato né la ricerca privata né il mercato”, conclude il professore. E nemmeno i dubbi e i contrasti all’interno del mondo scientifico ne hanno rallentato i progressi, così come lo scetticismo nell’opinione pubblica.
Il futuro di piante e ortaggi progettati in laboratorio dovrà essere dibattuto ancora a lungo.

 

 

Matteo Acmè

 

 

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