Architettura di prospettiva

Architettura di prospettiva

Gli addetti ai lavori progettano il futuro degli ordini. Tante le proposte per una riforma mancata

29 marzo 2012

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La prospettiva di una riforma delle professioni aveva alimentato, fra gli architetti, la speranza in un cambiamento radicale del sistema degli ordini, sostanzialmente intatto dal 1921. Invece, il governo Monti si è limitato ad adeguarlo alle linee guida europee, lasciando un po’ di insoddisfazione. Per confrontare i possibili sviluppi, l’Ordine degli Architetti di Torino, in collaborazione con gli ordini di Roma e Firenze, ha organizzato un incontro, questo venerdì nella sala conferenze dell’Archivio di Stato.

 

Riccardo Bedrone, presidente dell’ordine di Torino, spiega a ITALICnews gli obbiettivi del dibattito: “Vogliamo scambiarci delle idee. Il governo ha fatto modifiche senza ascoltare i professionisti. La riforma verrà varata, ma spero ci sia una fase due, in cui si prendano in considerazione anche le nostre proposte”.

 

“Le novità sono sostanzialmente due — spiega Bedrone — sparisce l’obbligo del preventivo scritto, che era una tutela sia per il professionista che per il cliente, e si introduce l’obbligo della formazione periodica, certificata”. Di cui bisognerà dare — secondo l’architetto, giustamente — conto, pena l’esclusione dall’albo. Il problema risiede nelle modalità: “La formazione non sarà compito dell’Ordine ma del mercato. Gli iscritti non sceglieranno i corsi migliori, o più interessanti, ma quelli che costano di meno, magari che ti danno la certificazione senza frequentare. Sto estremizzando, ma il rischio c’è”.

 

Una migliore alternativa, potrebbe essere la Gran Bretagna. Il modello inglese prevede un registro degli architetti e una serie di associazioni di categoria, diverse per filosofia e attività, che forniscono servizi differenziati e sono in competizione fra di loro.

 

La professione dell’architetto è fondata, per legge, “sull’autonomia e l’indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnica, del professionista”. Dunque, non si tratta solo di un’attività economica: conta anche la componente culturale e dell’interesse pubblico. Le proposte di riforma del sistema attuale riflettono questa complessità, e le diverse anime dell’Ordine.

Di stampo imprenditoriale, la prima coinvolge le camere di commercio: prevede di considerare gli architetti come imprenditori, creando un settore professioni che ne difenda gli interessi, ma che eserciti anche una funzione di controllo, a tutela dell’interesse pubblico.

 

Secondo i critici, questa impostazione non sarebbe abbastanza garantista. Sarebbe necessario un passo in più. L’Ordine nazionale andrebbe trasformato in un’authority, come quella per le telecomunicazioni: un organismo superiore che si occupi di difendere i diritti dei cittadini, e sanzionare chi non li rispetta.

 

Di ispirazione inglese, il modello associativo proposto invece dall’Istituto di ricerca Bruno Leoni prevede l’obbligo di far parte di un registro, con la possibilità di scegliere a quale associazione iscriversi, ma senza lasciare (come invece avviene in Gran Bretagna) la libertà di non affiliarsi — perché “L’Italia non è considerata adatta alla libertà assoluta”, precisa Bedrone.

Infine, il sistema auspicato dall’Ordine di Firenze vedrebbe l’Ordine nazionale trasformato in Istituto Italiano di Architettura, con il compito, formativo e intellettuale, di valorizzare la cultura architettonica.

 

 

Elena Falco

 

 

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