Quindici minuti di viralità

Quindici minuti di viralità

Persone trasformate in vignette, video privati diffusi per intrattenimento, e fuori onda che battono lo share del programma ufficiale. Cosa dicono di noi i meme personali, secondo Violetta Bellocchio

19 aprile 2012

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Il meme è un’unità di informazione che si autopropaga – nel significato originario, un gene, che aveva l’unico scopo di arrivare intatto alla generazione successiva. Poi, per estensione, il termine ha raggiunto Internet. Nel suo senso più pop, il meme è un elemento narrativo – un’immagine, un video, una registrazione – che inizia a percorrere il web tramite siti e social network, deformandosi. Può essere usato per veicolare significati – come nel caso di quelli legati ad Occupy Wall Street – o semplicemente divertire.

 

Così si trovano online i muppets che protestano contro l’1% di mostri che mangia il 99% dei biscotti, decine di video dai canali youtube più imbarazzanti, foto di gatti in difficoltà a cui vengono attribuite frasi sgrammaticate. Eccetera.

 

Un caso particolare è quello dei meme originati da rappresentazioni di persone reali. Pubbliche o private, accidentali o deliberatamente diffuse, queste immagini costituiscono un universo narrativo indipendente. E dicono molto dei loro creatori-spettatori.

 

Ne parlerà Violetta Bellocchio, scrittrice e collaboratrice di ITALIC, in un intervento nell’ambito del FuoriSalone di Milano, venerdì 20 aprile. Le abbiamo chiesto qualche anticipazione.

 

I meme sono, entro limiti che possiamo discutere, il nuovo lessico familiare per un pubblico ampio e diversificato composto da persone anche molto lontane tra loro; una gag o una battutina “interna” può esistere in casa tua, e continuare a esistere, ma in più tu puoi sentirti vicino a qualcuno perché avete in comune il trovare “buffa” la stessa immagine, la stessa persona, lo stesso frammento fuori contesto. Da questo punto di vista, per me, i meme sono uno dei nostri modi di raccontare una storia oggi.

Allo stesso tempo, però, resta il dubbio. Cosa dice l’esplosione dei meme sul nostro conto, come pubblico? Passiamo davvero dal grado zero (es. ripetere a macchinetta una battuta di Zelig) a un livello superiore (ricucire, reinventare, rielaborare)? Sappiamo tirare una linea tra ammirazione, empatia e sadismo collettivo?

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Restando solo su quelli che hanno a che fare con esseri umani (niente gattini e niente dinosauri, se no facciamo notte): io distinguo tra meme volontari, dove la persona sa di essere filmata o fotografata in quel momento, e le cose che attirano la nostra attenzione fanno parte dell’intenzione di lui/lei, si tratti di una persona famosa (le interviste di Charlie Sheen del 2011) o di un privato cittadino (Antoine Dodson, Chuck Testa); nei meme involontari, invece: la persona non sa di essere filmata/fotografata/registrata – almeno, non in quel momento: qui ci vanno i fuori onda (Jack Rebney) come le scene rubate tramite videofonini da un passante (Jason Russell di Invisible Children che si butta nudo per strada urlando «tu sei il Diavolo!»). E la mia categoria preferita, metà e metà, dove la persona ha accettato di essere filmata/fotografata, ma non aveva dato il consenso allo sfruttamento della sua immagine, non in quel modo, almeno: è da qui che per me viene fuori il meglio e il peggio del nostro modo di stare in rete, sia come consumatori sia come manipolatori.

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I meme possono nascere ovunque. Parecchi di quelli che hanno avuto maggiore fortuna negli ultimi tempi sono partiti da Reddit, o da thread su 4Chan, un posto dove non augurerei di finire al mio peggior nemico. (Ciao 4Chan, ti stimo molto.) Una prassi sempre più comune è quella di andare a pescare immagini da catalogo (foto scattate e posate per essere vendute, e che qualcuno trova negli archivi online delle agenzie come Getty Images: è il caso del sublime  Women Laughing Alone With Salad ). Ma succede anche con foto private che – magari ad anni di distanza – vengono ripescate o rubate da profili personali (Scumbag Steve, Success Kid), o quando un video “pubblico” che doveva rivolgersi a pochi intimi è stato visto molto oltre il pubblico iniziale. Ho saputo dell’esistenza della giovanissima video-blogger Jessi Slaughter solo quando suo padre è intervenuto in uno dei suoi video lanciando minacce piuttosto sconnesse all’indirizzo dei troll che stavano dando fastidio a lei. Poi a quest’uomo venne un attacco di cuore fatale. È ufficialmente morto di Internet.

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I meme partono da questi canali e se incontrano il gusto o il favore di un utente forte vanno ovunque. Ad esempio: il video musicale Friday (ovvero: una ragazza tredicenne non troppo intonata ma del tutto normale diventa oggetto di derisione globale) era stato caricato su YouTube senza avere quasi nessun riscontro, ma sappiamo che è esploso nel momento in cui è stato segnalato da utenti forti (il blog del varietà televisivo Tosh.0 , il portale The Daily What, che l’aveva linkato con il titolo Dov’è il vostro Dio adesso?). Perché un meme diventi davvero “di massa”, anziché una cosa che fa sorridere tre miei amici, deve entrare in gioco uno di questi potentissimi utilizzatori.

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I meme sono esempi estremi della cultura del frammento fuori contesto: di nuovo, immagini/video rielaborati dal pubblico (tutta la roba postata su Awkward Family Photos, ad esempio; da qui è venuto fuori Clarinet Kid), ma anche schegge di prodotti fatti e pensati per lo sfruttamento commerciale (Inception, Retro Spider-Man, The Wicker Man in due minuti), che vengono ridotti a compilation dei momenti più assurdi, comunque gustati solo in piccole dosi. La parte per il tutto.

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Le reazioni documentate fino a qui sono molto diverse, e lo saranno sempre. Qualcuno cerca di prenderla con leggerezza, per non peggiorare la propria posizione. Purtroppo chi si arrabbia e cerca di fermare la macchina rischia sempre di passare alla storia come quello che s’è messo di traverso, e di vedere la propria reputazione segnata ancora di più e in modo più profondo, creando uno Streisand Effect senza fine. (nb – Streisand Effect = il fenomeno per cui più cerchi di distogliere l’attenzione da una cosa più la catalizzi)

Un caso relativamente recente e che purtroppo dice moltissimo è quello del calciatore inglese Ryan Giggs, che chiese una superinjunction perché non solo TV e giornali, ma persino singoli cittadini su Twitter non potessero parlare di una questione di corna che lo riguardava da vicino; gli ha detto estremamente male.

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Alcuni hanno cercato di cavalcare queste ondate di interesse involontario per promuovere sé stessi o il proprio lavoro. Il ragazzo passato alla storia come Scumbag Steve, “Steve lo Stronzo”, per via di una sua vecchia foto piuttosto idiota ripescata da estranei e diffusa su Reddit ha accettato di fare una lunga intervista parlando anche di questa celebrità involontaria, mettendo in chiaro che un certo genere di gloria riflessa non gli faceva schifo ma non lo rappresentava per il tipo di persona che lui è adesso. (Poi è stato invitato a una festa in maschera organizzata dal portale Buzzfeed e si è fatto fotografare tutto allegro insieme a vari ospiti. Come dire, io non sono quel meme, ok?, adesso andiamo a farci una birretta.) A Antoine Dodson era stato addirittura proposto un reality show. Credo abbiano girato parecchio materiale, ma non l’ho mai visto annunciato da nessuna parte. La reazione più comune – e forse diplomaticamente “migliore” – è quella di provare a raccontarsi comunque.

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