SUL MENSILE

I giochi, meglio se inventati.

I giochi, meglio se inventati.

Contare i trattori o lottare “nella grotta” non annoia mai. Ed evita gelosie tra fratelli. Su ITALIC continua la rubrica di Marco De Amicis sulle gioie, molto spesso faticose, dell'essere genitori

di Marco De Amicis

ITALIC N.11

Aprile/Maggio 2012

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Questo articolo fa parte del numero 11 di ITALIC, in edicola ad aprile e maggio 2012.

 

Perché se in un giorno qualsiasi della settimana, dal lunedì al venerdì, per svegliarvi ci vogliono le cannonate, e solo grazie a un discreto autocontrollo e alla paura della galera evito di svegliarvi come faceva il vostro bisnonno con vostro nonno, cioè tirandogli la sveglia in testa, quando invece arrivano il sabato e la domenica non c’è speranza che superiate le otto del mattino?

 

In realtà lo so, ed è colpa mia. Il perché è la grotta. “Voglio la grotta”, comincia sempre Caterina appena sveglia il sabato o la domenica. “Anche Guido vuole la grotta!”, segue l’altro, quello che parla di sé in terza persona. Edoardo, il più grande, che dorme già senza sbarre e che ha capito che la mamma non gradisce la mia invenzione, va a fare colazione con lei. Poi corre bello carico, anche lui, dentro la grotta.

 

Per fare un grotta servono nell’ordine: un letto matrimoniale, svariati cuscini (almeno quattro) e un papà con le cosce pronunciate e gambe che gli permettano di sostenere il peso del piumone per una buona mezzora. Il papà si mette di fianco, sistema i cuscini al limite del posto della mamma per creare spessore e con una gamba tiene sollevato il piumone, così che i bimbi possano quasi starci in piedi. Quando sono dentro i bimbi cominciano a dire “Papà non chiudere la grotta”. Ma il papà fa esattamente il contrario, li lascia al buio e scatena l’euforia. Non mancano gli infortuni e, secondo me, anche i colpi a tradimento, quelli sferrati perché intanto lì sotto al buio non ti vede nessuno.

 

Non voglio fare l’alternativo, non c’è solo la grotta. I figli sanno tutto sui giocattoli che vogliono. Solo che i giochi di plastica stancano molto prima del giro in campagna a contare i trattori — il giro non finisce se non si arriva a dieci. Una gara con le macchinine, o la classica simulazione della pappa, con tutte le stoviglie riprodotte nei colori più improbabili, hanno già stancato tutti dopo dieci minuti.

 

Per tutti i nostri favolosi anni Ottanta, prima vera età dell’oro per i giochi di un certo livello, li abbiamo visti diventare sempre più belli, tosti e costosi. Chi idealizza quegli anni, però, dovrebbe farsi un giro tra i giochi in vendita adesso. Sono migliori: qualità più alta, prezzo inferiore (rapportato allo stipendio dei papà che hanno lo stipendio). Anche i papà che non vogliono viziare i figli hanno bisogno di una stanza in più per contenere i giochi che proprio non riescono a non comprare. Ognuno è dotato di un timer invisibile, che ne segna la scadenza affettiva.

 

Degli oggetti, i figli si stufano. Anche di quelli che hanno chiesto per settimane, mettendo in croce i genitori. Ingenuo chi pensa di aver sistemato la questione al momento della consegna. O di poter stare tranquillo per un mesetto.

 

Un’altra ipotesi che voglio regalare alla scienza è che il gioco in presenza di papà e mamma dura di più, perché gli animi sono sottoposti a stretto controllo e si litiga meno. I genitori sono arbitri e garanti: ciascuno sta al posto suo, furti e prevaricazioni sono messi al bando. Senza genitori è invece una giungla: ogni gioco diventa assolutamente indispensabile, se in quel momento lo possiede qualcun altro. E a queste fiammate di desiderio, legate a oggetti obiettivamente insignificanti, non c’è rimedio.

 

Una volta ho deciso di regalare ai due maschi la stessa cosa. Identica. Rincasai, già afflitto dall’idea che si sarebbero scannati comunque sul terzo regalo, quello diverso. Diedi per prima la bambola a Caterina, mentre gli altri due salivavano come il cane di Pavlov. Poi misi le mani nella busta per tirare fuori contemporaneamente le copia-monstre di Saetta McQueen che fa il rumore della sgommata! Ciascuno, dopo un istante di soddisfazione, volse lo sguardo verso il gioco del fratello. Lessi nei loro occhi un velo di frustrazione mista a rassegnazione appena realizzarono che i giochi erano identici.“Manca la parte migliore — dicevano quegli sguardi — la parte in cui mi metto a urlare che voglio l’altro gioco!”. Allora li ho presi da parte, li ho abbracciati e gli ho sussurrato nell’orecchio di avventarsi sulla bambola della sorella, che spacciai per la figlia illegittima di Saetta McQueen.

 

 

 

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  • [...] Questo è un breve (ma quando mai!) post di servizio. Giusto per comunicare che sono soddisfatto di questa nuova veste del mio blog. E di questa sua nuova cadenza. Ho aspettato molto prima di riaprirlo e non senza un po’ di paura. Paura di non poter stargli dietro come prima. Come quando fra il 2006 ed il 2009 ho conquistato orde di fan. Ora penso di aver raggiunto ciò che volevo. Non più un diario della DeA life, con annessi e connessi. Non più uno sfogatoio dove magari accendere polemiche sterili con malcapitati commentatori (sempre meno politica, avrete notato…). Semplicemente una sorta di testata personale, dove affrontare di volta in volta, e solo in caso di ispirazione certa, argomenti per intero. Dal mio punto di vista. Mi piace raccontare storie e mi piace raccontare per bene le persone che frequento. Forse si è capito che questa è la mia arte preferita. Poi raccontare le cose che combino, ma senza l’ansia del diario giornaliero. E poi, al netto della musica – sempre tanta (“al netto di” è un espressione fatta mia di recente. Molto in voga tra noi intellettuali) – piccole chicche sull’eleganza e sul Bello che ammantano il sottoscritto. Daddinismo puro. Trovate anche meno notizie sui miniDeA, per i quali ho riservato l’ufficialità della rubrica su ITALIC (a proposito, vi è piaciuto l’ultimo articolo?). [...]