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La nuova geografia del vino.

La nuova geografia del vino.

In alto i calici: le temperature medie aumentano e spostano i vigneti in montagna e verso Nord. Arrivando fino in Svezia

di Matteo Acmè

ITALIC N.11

Aprile/Maggio 2012

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Questo articolo fa parte del numero 11 di ITALIC, in edicola ad aprile e maggio 2012.

 

 

Morgex e La Salle sono due piccoli comuni della Val d’Aosta. Su queste montagne ci sono i vigneti più alti d’Europa: un vitigno bianco autoctono, il Prié blanc, che cresce bene fino ai 1200 metri di altitudine.

 

Le temperature mai troppo elevate e gli sbalzi termici fra giorno e notte danno un vino fresco, leggero e molto fruttato. Ma qualcosa sta lentamente cambiando, come spiega Mauro Jaccod, presidente del consorzio dei produttori: “Negli ultimi dieci anni le temperature medie sono aumentate e così il grado alcolico del nostro prodotto”. Una crescita di circa mezzo punto percentuale della gradazione alcolica che in questo caso è positiva — il vino valdostano acquista maggiore corpo — ma che altrove sta creando molti problemi, mettendo a rischio vigneti e produttori.

 

Il vino è forse la coltivazione che risente di più dell’andamento delle temperature. Il caldo o il freddo influenzano la maturazione, gli zuccheri e l’acidità dell’uva, e di conseguenza anche i sapori e gli aromi della bottiglia che acquistiamo. Bastano pochi gradi centigradi di differenza per mutare l’equilibrio di un vino di qualità. E, secondo uno studio dell’Università dell’Oregon del Sud (importante zona vinicola negli Stati Uniti, vicina alla California), nei prossimi quarant’anni le temperature medie nelle zone di produzione del vino si potrebbero alzare di quasi due gradi.

 

 

Ma in campagna, per capire una tendenza, più che le ricerche contano le esperienze degli agricoltori. “Per i produttori il riscaldamento climatico è già un problema quotidiano”, spiega Roberto Zironi, professore del dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università di Udine. “Negli ultimi anni, moltissimi produttori del Centro-Nord hanno lavorato con temperature anche superiori di due o tre gradi alle medie stagionali nel periodo decisivo per il vigneto, da aprile a settembre”.

 

Le conseguenze sono tante e, per la maggior parte, negative. Per maturare, cioè produrre una quantità sufficiente di zuccheri, l’uva ha bisogno di caldo, ma se la media delle temperature si alza in modo eccessivo gli acini maturano in anticipo. Magari il livello di zuccheri sarà comunque corretto, ma la pianta non avrà ricevuto abbastanza acqua per ingrossare la polpa, mentre i lieviti e le altre sostanze fondamentali per la riuscita di un vino non avranno fatto in tempo ad accumularsi sulla buccia.

 

Non solo. Sempre più spesso si vendemmierà in pieno agosto e, al di là delle difficoltà per chi deve lavorare sotto il sole, ci saranno complicazioni anche in cantina: “L’uva avrà peculiarità diverse e sarà più calda al momento della lavorazione — racconta Zironi — Non significa che verranno vini cattivi, ma se si vorranno mantenere le caratteristiche tipiche del prodotto finale bisognerà intervenire con grande abilità durante la fermentazione”.

Ma l’intervento dell’enologo a volte non basta e adattare alle condizioni climatiche vigne e cantine impostate magari venti o trenta anni fa può essere altrettanto complicato.

 

 

Un altro rischio è che le zone ideali per la produzione del vino si spostino gradualmente verso nord, tagliando fuori l’Italia, che con più di 40 milioni di ettolitri all’anno è ancora il secondo produttore mondiale, dietro la Francia.

 

Già ora, alcune zone della Sicilia producono vini ormai troppo zuccherini, quindi troppo alcolici e inadatti alla commercializzazione. Da tempo lo champagne prodotto in Cornovaglia, sulla sponda inglese della Manica, ha trovato le condizioni climatiche ideali facendo concorrenza alla tradizione francese. La Germania vede aumentare le zone adatte alla produzione del vino e persino in Svezia c’è chi si prepara a piantare viti per produrre vini di qualità: l’Università di Göteborg ha iniziato una collaborazione con quella di Udine per imparare le tecniche migliori.

 

Così, per non fare evaporare economie fondamentali i vini italiani si stanno muovendo verso l’alto. “Da qualche anno in Sicilia si è riscoperto l’Etna come zona viticola — dice il professor Zironi — Anche in Trentino i vigneti stanno scalando le montagne”. Persino sulle colline piemontesi dove si produce il pregiato barolo i vigneti guadagnano in altitudine: “Ma è una pratica che attueranno con successo solo le cantine che conoscono perfettamente il territorio e dotate di grandissime competenze tecniche”.

 

Anche i vigneti di Morgex e La Salle, i più alti del continente, potrebbero risalire i pendii valdostani: “Per ora è solo un’ipotesi — ammette Jaccod — Ma molto verosimile. Non escludo che presto toccheremo i 1400 metri di altitudine”.

 

 

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