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Miracolo a Varsavia

Miracolo a Varsavia

A poche settimane dagli Europei di calcio, l'economia polacca è quella che sta meglio in Europa

di Roberto Zichittella

ITALIC N. 11

Aprile/Maggio 2012

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Questo articolo fa parte del numero 11 di ITALIC, in edicola a aprile e maggio 2012.

 

Il prossimo 8 giugno si apriranno a Varsavia i campionati europei di calcio. La finale si giocherà invece a Kiev il primo luglio: è la prima volta che il torneo continentale si svolge nell’Europa dell’Est. Quando la UEFA assegnò l’organizzazione dei campionati alla Polonia e all’Ucraina era l’aprile del 2007. Fu uno schiaffo per l’Italia, che si era candidata, ma la scelta suscitò non poche perplessità: i due paesi sarebbero stati all’altezza dell’evento?

 

Ormai siamo alla vigilia del calcio d’inizio, e la risposta sembra chiara: la Polonia ce l’ha fatta, mentre l’Ucraina lascia ancora molti dubbi, soprattutto per quanto riguarda la qualità e l’efficienza delle infrastrutture. Il risultato è che delle sedici squadre che parteciperanno al torneo soltanto due hanno scelto di alloggiare in Ucraina. Le altre faranno base in Polonia, preferendo perdere tempo negli spostamenti piuttosto che affidarsi alle strutture ucraine. La Polonia di oggi ispira più fiducia.

 

Un bella soddisfazione per un Paese dalla storia tormentata, sempre schiacciato fra il colosso tedesco e il gigante russo. Sono ormai lontani i tempi in cui ai semafori di Roma si incontravano lavavetri polacchi. Molti di quelli che avevano lasciato la madrepatria per cercare lavoro ora hanno fatto ritorno a casa.

 

L’Europa non sembra più soffrire la sindrome dell’“idraulico polacco” che, a basso costo, contendeva il lavoro ai colleghi francesi o britannici. Qualche anno fa, in Gran Bretagna la Chiesa cattolica aveva addirittura reclutato preti dalla Polonia per tener testa al crescente numero di immigrati, cattolici praticanti, che affollavano le loro città. Qualcosa di simile accadeva in Irlanda, dove le banche e le agenzie immobiliari erano costrette ad assumere personale capace di parlare il polacco. Poi la “tigre celtica” è andata in crisi, e molti polacchi si sono resi conto che la vita sarebbe stata meno dura in patria.

 

Oggi la buona salute dell’economia di Varsavia è quasi insolente in un’Europa dove solo la Germania sembra cavarsela altrettanto bene. Secondo il rapporto presentato a fine marzo dall’OCSE, gli Stati Uniti e il Giappone mostrano segni di ripresa, invece l’Europa arranca, entra in recessione, stenta a crescere.

 

In mezzo alla difficoltà generale i dati economici della Polonia sono invece positivi: l’anno scorso la crescita è stata del 4,3% e si prevede sarà del 2,5% nel 2012. L’inflazione è al 4,5%, mentre il tasso di disoccupazione tocca il 13,5% (circa la metà del tasso in Spagna). Il Paese è riuscito a non rompersi le ossa con la crisi finanziaria del 2008, anche perché risparmiato dalla bolla immobiliare che ha messo in ginocchio altre nazioni, prima fra tutte proprio l’Irlanda. Il governo, nel frattempo, è stato capace di varare misure di sostegno al consumo che hanno mantenuto vitale il sistema economico.

 

In Polonia ci sono 38 milioni di cittadini consumatori e la produzione si è molto diversificata in modo da incontrare le diverse esigenze del mercato. Al contrario la Slovacchia — per citare un esempio vicino — si è lanciata soprattutto nei settori dell’elettronica e dell’automobile e i risultati sono discontinui.

 

L’ingresso nell’Unione Europea ha rappresentato nel 2004 un importante fattore stabilizzante e anche la svolta politica del 2007 ha giocato un ruolo decisivo. In quell’anno il liberale Donald Tusk, leader del partito Piattaforma Civica, vinse le elezioni parlamentari e divenne primo ministro come successore del populista ed euroscettico Jarosław Kaczynski (il fratello gemello di Lech, il presidente della Repubblica morto in un incidente aereo nell’aprile del 2010). La rielezione di Tusk lo scorso ottobre è stato l’unico caso di riconferma di un primo ministro uscente in Polonia dal 1989.

 

Varsavia spicca anche per un’altra caratteristica: finora ha saputo utilizzare al meglio i fondi europei. Tra finanziamenti di sviluppo regionale, fondi sociali e di coesione, nel periodo compreso fra il 2007 e il 2013 la Polonia riceverà da Bruxelles 67 miliardi di euro. Il governo ha destinato gran parte dei soldi a modernizzare la vecchia rete di infrastrutture lasciata in eredità dai lunghi anni di regime comunista: autostrade, ferrovie, aeroporti.

 

L’investimento per i campionati europei di calcio è stato di 21 miliardi di euro. I polacchi sperano di aver speso bene anche tutti questi soldi: nessuno vuole fare la fine della Grecia, che dopo la luccicante vetrina delle Olimpiadi di Atene del 2004 è caduta in una crisi senza rimedio.

 

 

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In alto: Charlotte – pain e vin, un locale in centro a Varsavia. Foto: Ania Beta

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