Fare l’art director ai tempi di Pinterest

Fare l’art director ai tempi di Pinterest

L'importanza delle immagini, l'innovazione delle tecniche e media sempre nuovi: ecco come cambia il lavoro dei professionisti della comunicazione

16 maggio 2012

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Il successo impressionante di social network basati sulle fotografie come Pinterest. La valutazione da capogiro dell’applicazione per immagini Instagram (comprata da Facebook per un miliardo di dollari). La forte rilevanza delle immagini portata dal nuovo Diario di Facebook.
Sembra proprio che la comunicazione via web si stia sbilanciando verso la parte visiva, colorata e d’impatto, dimenticando un pochino la parola scritta.

 

“Sarebbe istintivo dire di sì”, dice Paola Manfroni vicepresidente dell’Art Directors Club Italiano (ADCI). In fondo di immagini si parla tanto, e con la capillare diffusione di smartphone e tablet ci sentiamo tutti un po’ fotografi.
“In realtà — continua Manfroni — la comunicazione in età moderna è sempre stata poco verbale. Per i professionisti della comunicazione, anche artistica, la sfida è ancora quella di accoppiare nella maniera migliore il testo con la parte grafica e fotografica del messaggio”.

 

Eppure il lavoro degli art director sta cambiando. Soprattutto nella sua componente di design, con la capacità di progettazione che acquista sempre più rilevanza.

 

Oggi uno stesso messaggio deve essere trasmesso su media molto diversi tra loro, su carta o su schermi di centinaia di dimensioni diverse, in analogico o in digitale, su una piccola pagina o un grande manifesto.
“In questo contesto bisogna riuscire a mantenere la riconoscibilità di un messaggio o di un marchio, di un’identità visiva di un’azienda, anche su schermi piccoli, anche se ha tempi brevissimi per colpire l’occhio”.

 

La difficoltà è quindi progettare una comunicazione che abbini sintesi, immediatezza e comprensibilità. Restando bella e intrigante.

 

Non solo, con un panorama mediatico che cambia di continuo gli art director devono sapersi mettere dalla parte dei clienti: fare esperienza dei media o dei social network che nascono ogni giorno è l’unico modo per imparare a usarli per comunicare, per il proprio lavoro.
Per progettare una buona comunicazione bisogna capire come funziona la loro fruizione.

 

Questo è vero soprattutto per la pubblicità. Anche perché siamo passati da una “politica dell’interruzione promozionale”, tipica della televisione e della radio ma valida anche per i giornali, a una situazione in cui gli utenti possono evitare la pubblicità: chiudendo il pop up, ignorando le inserzioni sulla colonna destra di Facebook o Google, oppure i banner sullo sfondo del sito di notizie.
“Oggi il messaggio pubblicitario deve essere lui stesso un contenuto interessante, sbaglia se interrompe la normale fruizione dell’utente, deve invece accompagnarla e magari integrarla. È chiaro che per un art director questo è un lavoro completamente diverso da quello a cui era abituato”.

 

E poi c’è l’aggiornamento, di tecniche, linguaggi, media. È una fatica enorme: “Forse ci eravamo abituati a ricette già pronte che adattavamo di volta in volta al messaggio che dovevamo far passare — spiega ancora Manfroni — Oggi invece non abbiamo uno storico di quello che ha avuto successo, le buone pratiche che faranno scuola stanno appena nascendo. E noi dobbiamo inventarci ogni volta nuove strategie e creatività”.
Di certo, di questi tempi, a fare l’art director non ci si annoia.

 

 

 

Matteo Acmè

 

 

 

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