Arredamento da scaricare

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Digital fabrication, fablab e open source stanno cambiando il mestiere del designer, sfumando il confine fra chi crea, chi fa e chi acquista. Un'intervista a Davide Gomba, di FabLab Torino.

25 maggio 2012

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Sta iniziando la nuova rivoluzione industriale, annunciava l’Economist ad aprile. Tecnologie, nuove culture della produzione di idee e un consistente pubblico di appassionati stanno convergendo in un nuovo modo di fare le cose, che ammorbidisce i confini storicamente stabiliti fra chi progetta, chi produce, chi vende e chi compra. L’Italia, paese manifatturiero per tradizione, è fra i protagonisti di questa trasformazione.

 

In questi giorni, in un incontro ospitato da Toolbox a Torino, si è parlato di digital fabrication, crowdfunding e del modo in cui cambiano il lavoro creativo. Fra gli ospiti, Stefano Micelli (che abbiamo intervistato nel 2011) e Davide Gomba, di Officine Arduino e FabLab Torino, a cui abbiamo chiesto delucidazioni sulla digital fabrication: cos’è, e perché è importante.

 

“La digital fabrication — spiega Gomba — è la realizzazione di oggetti da parte di macchine, come stampanti 3D o macchine per il taglio laser, a partire da un disegno fatto su un computer, con programmi come Illustrator o Inkscape”.

Un processo utile ai designer per creare prototipi senza la mediazione industriale, ma anche una chiave di accesso al design per non addetti ai lavori, utilizzata ampiamente dai fablab: nati da un’idea del professore dell’MIT Neil Gershenfeld (qui il suo TED talk del 2006) sono luoghi attrezzati con gli strumenti — pratici e teorici — per permettere a chiunque di fare quasi qualsiasi cosa.

 

Pioniere del fai da te di qualità è stato un designer italiano, Enzo Mari, che nel 1974 aveva ideato una linea di arredamento realizzabile in casa con materiali semplici, rendendosi disponibile a spedire i progetti a chiunque gli inviasse una busta preaffrancata indirizzata a se stesso. Un modo per dare valore all’artigianalità, permettendo di ottenenere un autentico oggetto di design prodotto con le proprie mani.

 

Il nome della serie era Autoprogettazione. Fablab Torino, insieme a Domus, ha lanciato al Fuorisalone milanese di quest’anno l’erede digitale: Autoprogettazione 2.0, una call for ideas per progetti di mobili da fablab realizzabili in un fablab, rilasciati in licenza Creative Commons. Sollevando un problema diffuso nel mondo digitale: se si può “scaricare l’arredamento”, come tutelare economicamente i creativi?

 

La risposta è complessa. Parte dei guadagni arriva dall’indotto dell’autoproduzione: “L’open source completamente gratuito vale per il software, esattamente come Linux — spiega Gomba — invece Arduino, che è un marchio registrato, dà un margine di guadagno. Ad esempio le schede Arduino (piattaforme hardware pensate per facilitare l’operazione di passaggio dal digitale al materiale) sono in vendita”.

Poi esiste l’universo di servizi a pagamento che realizzano oggetti su commissione, magari con materiali di difficile lavorazione, come Ponoko e Shapeways.

 

Per quanto riguarda i progetti in sé, il vantaggio risiede in un classico del marketing: il campione omaggio. “Promuovere una cosa di cui si è proprietari è difficile. La fruibilità della condivisione di progetti dà l’opportunità di far vedere a un pubblico ampio la propria fantasia, il proprio approccio al design. Il designer, di fatto, investe sul branding”. Un esempio celebre è Nervous System, uno studio di designer che progetta oggettistica e affordable art a partire dai motivi che si ritrovano in alcune forme naturali, come conchiglie e piante. Parte dei codici sono scaricabili gratuitamente, modificabili e stampabili in 3D. Ma la maggior parte dei progetti è in vendita come prodotto finito.

 

Il meccanismo della condivisione crea anche un circuito virtuoso di diffusione delle idee, spingendo a trasformare l’esistente e reimmetterlo nel processo: “Tu puoi riprodurre un progetto in Creative Commons, però se lo trasformi e lo riutilizzi devi rilasciarlo con la stessa licenza. Anche le piattaforme di condivisione online, come Thingiverse (che dà gli strumenti per crearsi il kit digitale e materiale completo per costruire oggetti di diverso tipo, dai mattoncini Lego agli strumenti di lavoro), vanno in questa direzione: contro il fatto che ci sia uno standard a cui attenersi”.

 

 

Elena Falco

 


© Riproduzione riservata

 

Foto: Nervous System


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