Quando una Provincia diventa Città Metropolitana

Quando una Provincia diventa Città Metropolitana

Le grandi aree urbane cambiano gestione. Dai confini alla governance, le questioni sospese e le opportunità del nuovo vecchio ente locale

17 luglio 2012

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Se non per volontà sarà per risparmio, ma dopo più di vent’anni dalla loro istituzione legale nasceranno in Italia le città metropolitane: Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria, attive dal 2014.

 

Di fronte al testo della spending review, la revisione del Governo per ridurre la spesa pubblica di 26 miliardi in tre anni, che ha deciso la trasformazione delle dieci province in altrettanti enti metropolitani, in questi giorni sono molti a discutere fra critiche e dichiarazioni entusiaste.

La scorsa settimana si sono incontrati i presidenti provinciali interessati dal decreto, riuniti a Venezia per spiegare le loro perplessità; oggi 17 luglio è il turno dei rappresentanti dei comuni, sempre in laguna.

 

Lunedì 16 ne ha invece parlato il Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio (CRIET) all’Università Milano-Bicocca per Da provincia “declassata” a Città Metropolitana, un convegno tra ricercatori e politici per approfondire il futuro del capoluogo lombardo.

Ma quali sono le opportunità e le questioni generali da valutare nel cambio d’ordinamento?

 

Il prossimo ente locale in realtà non è una novità, ma nasce appunto con una legge del 1990, un’opzione facoltativa per l’accorpamento delle grandi aree urbane finora inascoltata. Come spiega Angelo Di Gregorio, professore d’economia a capo del CRIET, il primo problema per la città metropolitana sono i contorni, ovvero stabilire dove finisca l’area di influenza di un centro: “Non tutte le aree urbane in Italia hanno caratteristiche simili — dice Di Gregorio — Attorno a Roma c’è la campagna, attorno a Milano e Napoli non c’è soluzione di continuità. Stabilire i confini è un discorso di tipo politico”.

Una prima possibilità è mantenere i limiti delle province da sostituire, ma la possibilità ha già generato dubbi tra gli amministratori. Come a Venezia, dove le differenze tra capoluogo e dintorni sono evidenti, o per Monza, parte integrante del sistema milanese ma fuori dai confini provinciali.

 

“Definiti i contorni, le questioni su cui si costruirà il successo del nuovo ente ruotano attorno a quattro nodi principali: la razionalizzazione delle risorse, le fonti di finanziamento, la governance e le opportunità”, spiega l’economista.

Il Governo ripropone le città metropolitane per ridurre i costi della spesa pubblica. Perché risparmiare non significhi ridurre i servizi, gli amministratori dovranno gestire al meglio gli altri aspetti, a partire della ricerca dei fondi — che per Di Gregorio non deve passare da un aumento delle imposte per i cittadini. Durante l’incontro il CRIET ha presentato una ricerca di Vittorio Ferri e Giancarlo Pola, che per la Milano metropolitana propone ad esempio di rimodulare la tassazione delle grandi strutture di vendita.

 

Scegliere chi dovrà guidare il processo, cioè la governance, è forse però il tema più delicato. La città metropolitana acquisirà le funzioni affidate alle province (infrastrutture, trasporti, ambiente, istruzione) ma anche parte dei compiti che spettano oggi ai singoli municipi. “Pensare che il comune centrale assorba semplicemente le competenze degli altri comuni è un’illusione, gli altri sindaci non accetteranno di diventare subalterni — dice ancora Di Gregorio — Oltre al dialogo sarà necessario prendere decisioni anche dure. Dove sono i vantaggi e i risparmi se tutti cercano di mantenere ciò che avevano?”

Questioni complesse possono nascere ad esempio per le varie società partecipate che si occupano di trasporti, rifiuti, reti di servizi: altrettanti centri di potere, costretti a delegare alcune responsabilità al nuovo ente.

 

Se il cambiamento sarà gestito in modo corretto, secondo l’istituto di Economia del Territorio le opportunità sono molte, legate perlopiù al macrotema della smart city e di una migliore gestione degli strumenti di gestione della città. Controllo dei livelli di inquinamento, illuminazione, infrastrutture per la mobilità sono tra le prime aree di intervento possibile.

In questo caso quel che cambia con il passaggio di istituzione non sono le possibilità in campo, ma la capacità di intervento, “perché in virtù della città metropolitana — spiega Di Gregorio — c’è qualcuno che può prendere decisioni su un’area più rilevante”.

 

Per l’ente centrale sarà ad esempio più facile coordinare le reti di trasporto, oppure costruire in un comune limitrofo una struttura (come un parcheggio o una stazione di scambio) utile a ridurre il traffico del centro principale. “In linea teorica i benefici sono enormi: con il concetto di area metropolitana tutte le reti individuabili in città trovano una dimensione di scala che può renderle più efficaci”.

 

Il discorso torna dunque alla governance, dove il professor Di Gregorio spera in un approccio più manageriale da parte dei futuri sindaci metropolitani, capace di dare una direzione precisa al governo urbano.

La città metropolitana è uno strumento. L’integrazione del territorio potrà avere vantaggi qualitativi, non solo di risparmio. Ma solo una volta risolta la questione — dove per ora si sta concentrando l’attenzione degli amministratori — di chi la guiderà e attraverso quali elezioni.

 

 

Edoardo Bergamin

 

© Riproduzione riservata

 

 

Un’immagine dalla mostra Ieri oggi Milano del Museo di Fotografia Contemporanea milanese

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  • Lorella scrive:

    Quello che vorrei capire, i paesi ad esempio che sono ora sotto la provincia di Roma come verranno collocati? Si potrà scrivere come adesso ad esempio Velletri ( prov. di Roma) oppure ci sarà un altro modo? Grazie