Dire addio all’etichetta

Dire addio all’etichetta

I gruppi indipendenti in Italia cercano nuovi strumenti per farsi apprezzare

17 agosto 2012

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Durante l’estate ITALICnews ripropone alcuni articoli usciti sul nostro mensile.

Questo articolo di Carlo Bordone è stato pubblicato sul numero di marzo 2012.

 

Dietro una parolina a volte può nascondersi un intero universo di simboli. E di fraintendimenti. Bastano cinque lettere, come in “indie”, contrazione di indipendent.

 

Il termine descriveva in origine un semplice stato di fatto. Con il tempo si è trasformato in categoria merceologica e codice estetico, perdendo contatto con il vero significato. Vale a dire — banalmente — l’indipendenza dai meccanismi del mercato discografico. Fare tutto da sé per la produzione, distribuzione e promozione della musica, come insegnavano alcune storiche band americane nate all’indomani della rivoluzione punk: i Minutemen (che in un loro brano sintetizzano poeticamente il concetto nella frase “La nostra band potrebbe essere la vostra vita”), i Black Flag, i Minor Threat, i primi Sonic Youth.

 

Oggi, nel bel mezzo di una crisi praticamente irreversibile del settore discografico, ci sono tutte le condizioni per un ritorno al concetto originario di “indipendente”. Anche se davanti al progressivo sgretolamento del mercato è quasi superfluo definirsi tali. In attesa che la rivoluzione si compia del tutto, come se la passa la musica indie italiana in questa pericolosa strettoia storica?

 

Non benissimo. Sbarcare il lunario è sempre più duro. “Tutto ciò che gravita intorno a un gruppo ha un costo”, spiega Gigi Giancursi, chitarrista dei Perturbazione. La band del Torinese è nata in ambito indipendente e per un certo periodo si è poi accasata presso una major, la EMI. “Dal management all’organizzazione dei concerti, dall’art-work del cd all’ufficio stampa, tutto si paga. Vuoi fare una bella confezione in cartonato? La paghi. Vuoi una foto decente sulla copertina? Idem. Non parliamo dei videoclip”.

 

Il primo problema di un gruppo indipendente, insomma, è sostenere i costi. “Trovi un sacco di persone che credono in te. Ma nessuno che lo faccia cacciando un euro. Quando le major funzionavano era il paese di Bengodi, non c’è paragone con il fai-da-te di oggi”. Per Giancursi chi avrebbe più bisogno del supporto delle grandi etichette sono paradossalmente proprio i gruppi indipendenti.

“Questa è la fine della discografia ufficiale come siamo abituati a percepirla; purtroppo è anche l’inizio di una nuova fase di neo-realismo, a cui i gruppi si devono abituare”.

 

Poveri ma belli, dunque? Soprattutto poveri, almeno per quel che riguarda gli introiti legati al supporto discografico. Che sarà anche in via d’estinzione, ma rimane una voce di spesa impor- tante per qualunque band, per quanto sconosciuta.

Ci aiuta a fare due conti Umberto Palazzo, musicista abruzzese dalla lunga esperienza (è stato tra i fondatori dei Massimo Volume), da sempre legato all’area indie con il suo progetto Santo Niente, ma anche organizzatore di concerti, direttore artistico di locali e assistente di produzione in tour di star quali Manu Chao, Battiato, Conte, De Gregori. “Le vendite di cd nei negozi sono arrivate a livelli infimi. Oramai si entra in top ten con sei-settemila dischi venduti”.

A fronte di che tiratura, in media? “Normalmente un gruppo stampa 500 copie, il minimo perché sia conveniente la stampa con glass master, cioè il tipo di cd ottenuto da matrice che si commercializza abitualmente. Sarebbe del tutto inutile farne un numero maggiore, perché non esistono più i negozi che possono acquistarli: per una normale band, che goda già di una certa notorietà, il distributore prende cinquanta copie che smisterà ai pochissimi negozi superstiti, e se va bene nelle FNAC e nei punti Feltrinelli”.

 

Ecco che moltissimi gruppi optano per cd masterizzati e senza bollino SIAE. Tanto cambia poco, e non c’è bisogno di fare un investimento iniziale troppo oneroso. “Su 500 copie si pagano fino a 400 euro di SIAE, e di questi se ne rivedono massimo 200, con un calcolo approssimato ma ottimistico”.

La questione è semplice, nella sua crudezza: le case discografiche, grandi e piccole che siano, non hanno più i budget per registrare e i fondi per la promozione. Gli artisti indipendenti devono finanziarsi tutto da soli. A questo punto l’etichetta si comporta più come un’agenzia di servizi, che mette a disposizione competenze per facilitare i passaggi burocratici in cambio di una piccola percentuale sulle vendite, in denaro o pezzi fisici.

 

In questo panorama è strategica per un gruppo indipendente (ma non solo) l’attività dal vivo. Spesso è l’unica risorsa di guadagno. Anche perché i pochi dischi venduti si vendono spesso al banchetto dopo i concerti. Per i live sono però — in media — lacrime e sangue.

Lo stesso Palazzo ha stilato l’elenco dei cinquanta nomi, gruppi o solisti, di estrazione indie con i cachet più alti, calcolando che “Un gruppo pagato 1000 euro fa vendere duecento biglietti a 8-10 euro, con l’organizzatore che ne guadagna circa trecento”. La prima fascia, che va da 3500 a 15mila euro a concerto, comprende pesi massimi in attività da anni come Marlene Kuntz, Afterhours, Baustelle, Subsonica, Sud Sound System, Linea 77.

La seconda fascia (da 1000 a 3500) conta nomi meno famosi ma comunque molto seguiti dal pubblico non mainstream: Cristina Donà, Punkreas, Calibro 35, Tre Allegri Ragazzi Morti, Offlaga Disco Pax, gli stessi Perturbazione, così come esponenti del nuovo cantautorato quali Vasco Brondi (conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica), Brunori Sas e Dente. Al di fuori dei cinquanta nomi “top” si viaggia a rimborso spese. Con tutti i rischi del caso.

 

Ma ci sono eccezioni alla regola. Che un pubblicitario chiamerebbe case history di successo. Come I Cani, gruppo romano di giovanissimi che non diffonde immagini dei propri volti. Da fenomeno esploso su Internet sono arrivati nella top ten di iTunes, vendendo in meno di sei mesi quattromila dischi (che per l’andazzo odierno sono un ottimo risultato). Ma soprattutto riempiendo i club di coetanei, che si identificano nelle storie di vita raccontate nei loro testi.

 

A supportare la band c’è una etichetta indipendente, la 42 Records. Uno dei due soci che la gestiscono è Emiliano Colasanti, giornalista attentissimo a tutto ciò che si muove nel sottobosco musicale italiano: “Le major sono strutture mastodontiche e poco flessibili, ormai inadatte alle richieste del mercato. Ci sono però i dipartimenti publishing, che si occupano dell’edizione dei dischi e non della produzione discografica. Sono slegati dall’imperativo categorico del risultato in termini di vendite e lavorano molto bene con le case indipendenti”.

L’etichetta realizza il prodotto, per poi appoggiarsi ai servizi e alla distribuzione di una multinazionale.

 

Per realtà come la 42 Records il pareggio economico è un miraggio o no? “Il break even, magari a fatica, si raggiunge. L’importante è non ragionare come le major, che dopo tre mesi di ricavi mancati abbandonano i progetti per passare ad altro”, spiega ancora Colasanti. “Per un’etichetta indipendente è sempre centrale il valore ‘culturale’. Partiamo dal basso. Per questo abbandonare qualcuno prima di un secondo disco, se il primo non ha raggiunto i risultati sperati, è una piccola sconfitta. Dobbiamo muoverci sul lungo periodo”.

 

Probabilmente, nel 2012, quello è l’unico orizzonte temporale su cui valutare il magma chiamato musica indipendente italiana. Provare ad anticipare le tendenze del mercato è un’operazione rischiosa: nel giro di poco tempo il mercato — almeno quello a cui eravamo abituati — potrà sparire del tutto

A far da collante non saranno più le classifiche di vendita e le playlist dei network radiofonici, ma una rete di rapporti orizzontali possibili grazie alla tecnologia. Il musicista interagirà con il pubblico senza la mediazione della famigerata etichetta discografica. E allora davvero tutti affermeranno a ragione che “La nostra band è la vostra vita”.

 

Carlo Bordone

 

© Riproduzione riservata

 

In alto: Giuseppe Peveri, in arte Dente, tra i cinquanta musicisti indie con il cachet più alto.
Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

 

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