Nel futuro del coworking

Nel futuro del coworking

Semplici uffici comuni o incubatori per imprese? Le direzioni per sostenere il “lavoro condiviso”, secondo chi organizza la prima conferenza sul tema

21 settembre 2012

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Si chiama coworking, si intendono luoghi molto diversi tra loro: piccoli studi da affittare in comune, veri centri polifunzionali, spazi gestiti da società private o non profit, magari in rete tra loro.

 

Il successo degli uffici in condivisione lo racconta da tempo la loro diffusione sul territorio, dall’Hub di Rovereto in Trentino alle sedi a Lecce e Palermo del network Cowo, nato in Lombardia quattro anni fa. Un gruppo poco strutturato, come i lavoratori nomadi a cui si rivolge (dai liberi professionisti in cerca di strutture e servizi, alle piccole agenzie interessate a una sala riunioni), che ora si chiede come evolvere per continuare ad adattarsi al mercato del lavoro.

 

“Non c’è un riconoscimento, il problema più grosso è questo. Finché questi spazi e comunità sono visti come esperienze private, sarà difficile formulare delle iniziative”, spiega Mico Rao, responsabile del centro di coworking Lab121, ad Alessandria. Anche per questo il 22 e 23 settembre la sua associazione organizza Espresso Coworking, conferenza informale che riunisce nella città piemontese trenta fra coworking manager e esperti di lavoro, con l’idea di “imbastire dialoghi per concretizzare il movimento”.

 

Una prima direzione per il coworking italiano va appunto verso una maggiore integrazione tra le realtà e i servizi attivi.

Da un lato troviamo un’esperienza di “coworking pubblico” come Lab121, non profit che promuove lo scambio di competenze e il “mutuo soccorso” fra gli associati (oggi circa trecento). Dall’altro il “franchising d’innovazione” proposto dai Talent Garden, una rete di spazi che seleziona soltanto professionisti e imprese del settore digitale, partita da Brescia a fine 2011 e che ora coinvolge altri tre centri per circa 200 ospiti.

 

Come detto, le distanze sono molte. Ma un coordinamento comune può servire a rafforzare il ruolo sul mercato dei luoghi di lavoro condivisi.

Tra i partecipanti alla conferenza c’è chi, come i romani di Cowo360, sta sviluppando una piattaforma online per il pagamento e l’accesso ai servizi che valga per tutta la rete. Dal Lab121 arriva invece la proposta di cataloghi unici, che riportino le informazioni sull’offerta formativa dei centri (come incontri di formazione e consulenze) su scala nazionale.

 

Secondo Mico Rao, un’altra direzione è un rapporto maggiore con le amministrazioni: “La legge prevede un sostegno dall’ente ai singoli lavoratori che ricevono i contributi. All’estero i finanziamenti possono invece arrivare anche ai centri di coworking”.

La questione è l’aiuto pubblico: chi fornisce spazi e consulenze ha di sicuro effetti propulsivi per tante agenzie, piccoli imprenditori e start up. Ma in mancanza di leggi rimane da capire come coniugare il sostegno pubblico e la ricerca di profitto di società private che affittano i loro spazi (una settimana al Lab121 costa tra i 100 e 180 euro), senza avere responsabilità sugli esiti professionali o imprenditoriali degli ospiti.

 

Proprio il riconoscimento degli “uffici condivisi” nelle politiche pubbliche sarà uno degli argomenti discussi nei due giorni di Espresso Coworking.

Anche per via del suo statuto particolare, Lab121 evidenzia il ruolo di incubatori sociali di queste esperienze: non semplici spazi dove dividere una scrivania, ma ecosistemi capaci di aiutare professionisti. Dice Mico Rao: “Il coworking è una soluzione per aiutare a inserirsi nel mondo del lavoro. Possiamo essere l’alternativa migliore ai percorsi per la creazione d’impresa”.

 

Oltre che per i servizi che mettono a disposizione — si va dal wi-fi allo sportello legale, dalla cucina a laboratori per la produzione — i centri di coworking vogliono essere d’aiuto favorendo i rapporti e le collaborazioni tra le persone.

Lo fanno con attività di aggiornamento e formazione, promuovendo le consulenze professionali. Ma soprattutto in modo informale, grazie allo scambio tra i lavoratori che si trovano assieme a un tavolo: prima sconosciuti, magari futuri colleghi.

 

 

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