Bello e altruista: è il design sociale

Bello e altruista: è il design sociale

Come progettare in modo utile, dando voce a una comunità. Lo spiega il graphic designer Andrew Shea, da New York a Roma per la conferenza TEDx Transmedia

24 settembre 2012

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Non cambierà il mondo, ma per una campagna benefica un’identità visiva di qualità fa di sicuro la differenza.

 

La grafica non è mai stata così attenta al sociale. Un “impulso altruista” sta crescendo nella comunità dei progettisti, spiega Andrew Shea, design director alla New York Academy of Art e autore della guida Designing for Social Change (Princeton Architectural Press, 2012). “Negli ultimi anni c’è stata una crescita misurabile di questo approccio: esistono nuovi siti e blog, riviste, libri e molti corsi universitari dedicati alle iniziative di social design”. Parliamo di lavori per enti non profit, e di campagne con effetti su cittadini o comunità.

 

Venerdì 28 settembre Andrew Shea sarà al museo MAXXI di Roma per partecipare a TEDx Transmedia, evento affiliato alla rete globale di conferenze TED pensate per “diffondere idee di valore”. Con il tema WEkids (il riferimento è al bambino dentro ognuno di noi) questa seconda edizione torna a riflettere sull’impatto positivo dei mezzi di comunicazione, invitando professionisti, filosofi e creativi a tenere piccole lezioni.

Nei suoi 18 minuti Andrew Shea, anche docente a New York e Baltimora, parlerà di come il graphic design può aiutare a cambiare i nostri comportamenti. “Mi interessa capire come prendiamo le nostre decisioni, come si formano le nostre abitudini”.

 

Ma questo altruismo durerà?

Sì, e per tre ragioni. Primo: più conosciamo il mondo in cui viviamo, più capiamo quali sfide hanno bisogno della nostra attenzione. In più, le persone stanno riconoscendo l’importanza dei designer come problem solver strategici. Infine gli strumenti creativi sono diventati disponibili a chiunque abbia un computer: oggi le persone hanno il potere di lavorare a questo genere di progetti ovunque.

 

In passato hai lavorato per scuole, eventi culturali, campagne di sensibilizzazione. Cosa serve per disegnare davvero per una comunità?

Software, macchine foto e taglierini non sono importanti. Lo sono gli strumenti intangibili, come le strategie che ho descritto nel mio libro. Ad esempio costruire fiducia, dedicare abbastanza tempo a lavorare con le comunità, essere pazienti, avere umiltà nel rapporto con i clienti, assicurarsi che il pubblico possa identificarsi nel risultato finale. È anche importante lavorare con organizzazioni che possano ispirarti e condividere i tuoi valori.

 

Tra le 10 strategie che spieghi nel libro troviamo consigli come “Utilizza risorse locali” o “Prometti solo ciò che puoi realizzare”. Scrivi anche di “Disegnare con la voce della comunità”. Cosa significa nel concreto?

Per me significa trovare un modo per comprendere la comunità o il pubblico all’interno del design, affinché diventi più personale, riconoscibile e significativo per loro. Di solito lo faccio inserendo immagini, colori e citazioni ricavate dalle persone che conosco durante il progetto.

 

Può farci un esempio?

Di recente ho collaborato a una campagna della Children’s Tumor Foundation (nell’immagine in alto), che sostiene le persone con un disordine neurologico che causa tumori: una malattia che colpisce persone di ogni etnia, età e genere. La campagna comprendeva manifesti in strada, un libretto, un sito web: oltre alla paletta di colori ricavata dalla identità visiva della Fondazione, i testi comprendevano frasi raccolte nel corso del progetto e molte fotografie dei suoi membri.

 

Parlando di design, il tipo di processo che scegliamo di seguire è da sempre un aspetto chiave.

Mi piace lavorare a stretto contatto con il cliente, in modo che il lavoro finale sia frutto di una partnership. Non significa che i clienti lavorino direttamente sui file: per partnership intendo che ci confrontiamo per riformulare insieme il problema o il progetto, per arrivare a soluzioni davvero documentate e strategiche. È un processo che richiede stimoli e riscontri dagli utenti finali, in modo che il risultato si rivolga ai loro bisogni e sia condiviso.

 

Come obiettivo TEDx Transmedia ha anche capire come ispirare le nuove generazioni a cambiare in modo positivo le loro comunità. Il design può davvero essere utile?

Credo che il design abbia guadagnato popolarità, soprattutto in Occidente. Grazie a questa maggiore esposizione, penso che più persone sceglieranno di diventare designer e di lavorare su iniziative di social design che siano importanti per loro e le loro comunità. La nostra comprensione crescerà quanto più condivideremo il nostro modo di lavorare a questo genere di progetti. Sono molto ottimista sulle potenzialità del design nell’ispirare questo genere di cambiamento.

 

 

Edoardo Bergamin

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