Piccoli sviluppatori crescono

Piccoli sviluppatori crescono

Fatturati in aumento e nuove start up. Anche se sono ancora una nicchia, le aziende italiane di videogame sono in questi giorni a Parigi per mostrare le loro potenzialità

30 novembre 2012

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“Nel 2009 le aziende specializzate si contavano sulle dita di una mano, oggi invece sono quasi ottanta”.

Snocciola subito i dati Thalita Malagò, segretario generale Aesvi, l’associazione italiana che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia. Piccole ditte, di massimo 15 dipendenti, che si stanno ritagliando una piccola fetta di mercato soprattutto con prodotti rivolti a piattaforme mobile, in particolare iOS e Android.

Per la prima volta sette di queste partecipano assieme a Aesvi al Game Connection Europe 2012 di Parigi dal 28 al 30 novembre, fiera B2B di riferimento per i game developer di tutta Europa e vetrina internazionale di rilievo.

 

“Quello delle imprese italiane è un traguardo notevole — precisa Malagò — soprattutto se pensiamo che oltre il 90% di queste si sostiene esclusivamente grazie ad autofinanziamenti. Il mercato del videogame non può ancora contare su agevolazioni fiscali o finanziamenti pubblici come quelli per il cinema, malgrado l’intero comparto fatturi molto di più. Anche i grandi finanziamenti privati non si sono ancora interessati al settore”.

Credito d’imposta e detassazione degli utili a favore delle imprese videoludiche sono però state già oggetto di proposte di legge, come quella dello scorso 27 luglio sull’Agenda Digitale.

 

Nonostante gli ostacoli e una semplificazione fiscale ancora carente, i videogame italiani riscuotono ottimi consensi all’estero.

Parola di Francesco Mattioli di NuOxygen presente al Salone di Parigi: “Siamo una realtà abbastanza piccola, tutto il mercato italiano lo è rispetto a colossi europei come quello francese e inglese. Noi abbiamo scelto di puntare sull’alta qualità dei nostri prodotti: in un settore in cui la competizione e l’offerta sono molto alte è l’unico elemento utile per distinguersi”.

Una scelta vincente se si pensa che nel 2011 Monster Trouble, uno dei giochi di punta NuOxygen per iOS e Android (con un sequel di prossima uscita), è stato il primo gioco sviluppato da un programmatore italiano scelto come Game of the Week su iTunes. Mentre Ikaro Racing, altro prodotto di NuOxygen, per settimane è stato primo in classifica di vendite in Giappone.

 

Qualità e creatività sono i punti di forza dei videogame made in Italy, ma non è tutto. Spiega ancora Thalita Malagò della Aesvi: “Molte aziende nostrane hanno applicato il linguaggio dei videogame ad altri settori come il marketing, la comunicazione e l’e-learning”.

Specialista in gamification, ovvero l’uso di dinamiche di gioco in settori esterni al puro intrattenimento, è per esempio Digital Tales. Oltre ai videogiochi la piccola azienda sviluppa numerosi progetti, presentati in questi giorni a Parigi, che sfruttano l’interattività del gioco applicata all’apprendimento e all’advertising. “Il nostro portfolio di clienti è in crescita — sottolinea Marco Boldini di Digital Tales. Alle aziende italiane, come alla nostra, non mancano né originalità, né creatività”.

 

Il vero problema sono i volumi di fatturato dell’intero comparto, inferiori rispetto a quella dei big europei perché penalizzato da minori agevolazioni fiscali. Manca infatti una politica condivisa dall’industria e dalle istituzioni. Per evitare la fuga dei programmatori, che fuori dai confini trovano condizioni di lavoro migliori, e per non soffocare le aziende nascenti che non contano ancora su grandi vantaggi.

 

Il settore italiano del videogame è una pagina dell’industria creativa ancora tutta da scrivere: per questo l’Aesvi punta su vetrine internazionali come quella di Parigi, appuntamenti irrinunciabili per far conoscere le potenzialità del made in Italy.

 

Giulia Mameli

 

© Riproduzione riservata

In alto: una schermata di Monster Trouble, gioco sviluppato da NuOxygen.

 

 

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